Conversazioni tragicomiche in lingua neolatrina con lo scrittore Garuti

Domenica 22 aprile ore 17 lo scrittore persicetano Maurizio Garuti presenta il suo libro sul degrado della parola all'Atelier in via Tassinara 36A.

Copertina del libro

Copertina del libro

Redazione 20 aprile 2018

Domenica 22 aprile alle 17 presento “Conversazioni in lingua neolatrina” (edizioni Pendragon). Si va sul comico, sulla satira dei luoghi comuni del linguaggio quotidiano. Ne parlerò con Alessandro Castellari. Leggerà qualche brano Saverio Mazzoni. Ore 17, all’Atelier, via Tassinara 36/A, nella campagna di San Giovanni in Persiceto. E dato che mi piace mescolare le carte e i toni, tirerò fuori dal mio repertorio anche qualche storia “drammatica"; non ci sarà solo da ridere.
Tutti invitati. Ci troveremo in un casale di origine contadina, dentro una sala immacolata che svela il suo passato di stalla colonica a tre navate, per un contrappasso che non si sa se sia più punizione o gloria. Ciao, sei atteso; e ancora di più attesa.


 


di Maurizio Garuti


Il titolo è provocatorio: Conversazioni in lingua neolatrina. Ho voluto subito avvertire il lettore che l’argomento è il degrado della parola. La parola nel suo uso più comune. Meglio, quelle espressioni che pronunciamo compulsivamente: da “un attimino” a “piuttosto che”, da “mi fa morire” a “non me ne può fregare di meno”, da “in qualche modo” a “quant’altro”, ecc. ecc.
Non si tratta un saggio di linguistica, forse si è già capito. È un piccolo volume di 85 pagine (Pendragon, 9 euro). Dove i virus verbali sono raccontati dal vivo, anzi parlati, quasi recitati. Un libro che si può leggere ad alta voce dalla prima all’ultima pagina. Magari in un ritrovo fra amici. E infatti questo volumetto è anche, pari pari, il monologo di uno spettacolo teatrale che Ivano Marescotti sta portando sulle scene in questa stagione.
Un monologo nel senso più estensivo. Si potrebbe prestare anche a un coro. Perché è come se una folla di personaggi, variamente contaminati dai conformismi dei nostri tempi, scorressero sul palcoscenico, nudi e crudi nella loro comicità più impudica. Sul palcoscenico o sulla pagina, secondo l’approccio. Solo che quei personaggi siamo noi. E il lettore, o lo spettatore, mentre (sperabilmente) si diverte, può misurare il suo grado di contaminazione. E tirare le somme.
Qui riporto qualche brano, se può servire ad accendere la curiosità.


[Mi fa morire]


Quando una cosa piace moltissimo, dicesi che fa morire. Trattasi di una forma di eutanasia vista con favore anche dalla Chiesa cattolica.
Ci sono persone che muoiono per un cappuccino con la panna, per un bombolone alla crema, per una cassata siciliana, per una battuta da ridere, per una carezza sul collo, per la rock star preferita, ecc.
In realtà la mortalità accertata è molto bassa e le Istituzioni non sono preoccupate.
Quando una cosa piace pochissimo, dicesi che fa cagare. Trattasi di una forma di dissenteria rispetto alla quale la Chiesa cattolica proclama la sua non ingerenza.
Ci sono persone che dichiarano di essere indotte a cogenti bisogni corporali dal tempo piovoso, dal Natale senza neve, dal mare con la mucillagine, da una ciliegia con il verme, ecc.
In realtà le funzioni corporali ne risentono pochissimo e le Istituzioni sono serene.
Quando una cosa provoca un godimento eccezionale, dicesi che fa impazzire. Trattasi di una forma di alterazione mentale rispetto alla quale la Chiesa cattolica invita a una riservata temperanza.
Ci sono persone che godono in modo smodato in quanto hanno il punto G distribuito su tutto il corpo come un eritema.
In realtà, raramente le funzioni mentali delle suddette persone vengono compromesse in modo permanente. Le Istituzioni consigliano di farle godere lontano dai centri abitati, e si limitano a monitorare il fenomeno.
Quando una cosa ci contraria fortemente, dicesi che fa girare le palle. Trattasi di una forma di rotazione astronomica su cui la Chiesa cattolica, dopo il caso di Galileo Galilei, è prudente.
Ci sono persone (anche donne per la nota legge delle Pari Opportunità), che soffrono di forti giramenti testicolari per uno sgarbo, per un’offesa, per un’indifferenza, per una bugia, per una verità scomoda.
In realtà, poche persone si sono recate al pronto soccorso lamentando l’uscita dei satelliti genitali dalle orbite. Le Istituzioni invitano alla calma. La Nasa comunque è all’erta, tutti gli oggetti volanti non autorizzati saranno abbattuti.


[Da panico]


Ho un gran mal di testa. Sento due che parlano.
“Tu stai da panico?” dice uno.
“Io sì, da panico, sempre” dice l’altro.
“Ah, da panico, anch’io!” dice il primo. “Mi sveglio la mattina e sto già da panico!”
“Mai come me!” dice un terzo. “Io sto così da panico che urlerei. Quando non sto da panico, sto da urlo.”
“E io?” salta su un altro. “Io sto un po’ da panico e un po’ da urlo, dipende.”
Altre voci si aggiungono: “Sto da panico, anch’io. Prima stavo da bestia, e poi da un po’ di tempo in qua sto da panico, decisamente. Delle volte anche da panico e/o da bestia.”
“Io sto da schifo, da bestia e da panico! È un pacchetto unico, si può stare peggio di così?”
“E io allora?! Io sto da schifo, da bestia, da panico e da urlo! Che è il massimo. Hastag sto da merda.”
Sono l’unico che non ha ancora parlato.
“E tu come stai mi chiedono?”
“Io? Ho solo un gran mal di testa.”
“Soccia che culo, stai da Dio!”


[Non ci posso credere]


Quando l’arcangelo Gabriele Le annunciò la Sua prossima maternità divina, la Madonna rispose con commosso stupore: “Daaai, non ci posso credere!”
Nelle Sacre Scritture la risposta della Vergine fu poi tradotta in modo meno giovanilista. La Vergine si limitò a dare il cinque al messaggero divino con un sobrio: “Evvvaaai!!!”
L’arcangelo Gabriele, messaggero di Dio presso gli uomini in terra, si congedò con un celestiale: “Grazie di essere stati con noi.”