L'eccidio di Decima del 1920 nel nuovo libro di William Pedrini

Il 26 novembre alle 16 Sala del Consiglio comunale di San Giovanni in Persiceto presentazione del libro di William Pedrini "L’eccidio di Decima, (5 aprile 1920), niuna esitanza niuna debolezza”.

Copertina del libro

Copertina del libro

Redazione 20 novembre 2017

Dalla presentazione di Carlo D’Adamo


Il 26 novembre alle ore 16 Sala del Consiglio comunale di San Giovanni in Persiceto   presentazione del libro di William Pedrini L’eccidio di Decima, (5 aprile 1920), “niuna esitanza niuna debolezza” (edizione Marefosca).


Apprezzo il fatto che William Pedrini non finga ipocritamente di essere al di sopra delle parti. La sua simpatia per gli scioperanti, dichiarata esplicitamente fin dalle prime battute, è non solo una forma di rispetto verso il lettore, ma anche un’assunzione piena di responsabilità. Chi non prende posizione è sempre dalla parte del più forte, del prepotente, del delinquente, e contribuisce a bastonare il debole, il poveretto, la vittima. Fa bene dunque l’autore a chiarire subito da che parte sta: dalla parte della “canaglia pezzente”, del bracciante abbrutito dalla miseria, “apparentemente cretino”, “sovversivo” come tutti gli anarchici, i socialisti e i repubblicani.


   Ad alimentare una martellante campagna di stampa contro il sovversivismo caporettista erano gli agrari, autoproclamatisi difensori del Paese, che indicavano nel “movimento sovvertitore” degli scioperanti il nemico della Patria. Il loro linguaggio riprendeva i temi e i toni della pubblicistica nazionalistica e della propaganda dello Stato Maggiore dell’esercito, concordi nell’attribuire la rotta di Caporetto, nella guerra da poco conclusa, al disfattismo dei socialisti.  I vigliacchi e i disertori di ieri sono i sovversivi e i delinquenti di oggi: questo, in estrema sintesi, era il messaggio che le organizzazioni padronali e i partiti moderati lanciavano ai propri lettori. (…)


Le spedizioni punitive


Per prima cosa l’Associazione Bolognese di Difesa Sociale arruolò 300 giovani armati, capeggiati da Leandro Arpinati, per effettuare spedizioni punitive in tutta la provincia, dotandoli di un certo numero di camion, ufficialmente adibiti al trasporto di persone durante gli scioperi nei trasporti. L’episodio apparentemente marginale getta luce sulla genesi del fascismo: l’interazione fra ceti padronali, partiti moderati e squadre di picchiatori si avvale della complicità delle istituzioni, che ostacolano l’accertamento della verità, depistano e favoriscono in ogni caso i fascisti, rendendo possibile di qui a poco la presa del potere da parte di Mussolini.


Ecco allora che la narrazione di un fatto che appartiene alla cronaca di Decima diventa storia d’Italia, perché si colloca in un processo di costruzione del fascismo comune a tutto il nostro Paese, e ripropone nel micromondo della frazione persicetana le stesse pulsioni, i meccanismi e le contraddizioni della grande storia. Non è solo Decima il luogo in cui si attua l’eccidio: è l’Italia intera a diventare palcoscenico di una immane tragedia della quale nel 1920 si rappresenta l’anteprima. E Bologna la rossa sarà ancora, di qui a poco, l’epicentro di una violenza che si propone di rendere impossibile al sindaco socialista liberamente eletto di governare la città: il 21 novembre di quello stesso 1920 gli squadristi di Leandro Arpinati attaccano Palazzo d’Accursio con armi da guerra, provocando una strage e costringendo il sindaco alle dimissioni. Poi in tutti i comuni della Provincia i sindaci socialisti sono sistematicamente minacciati, assaliti, feriti, costretti a dimettersi.


Gli intrecci fra repressione degli scioperi e politica economica dei governi


Opportunamente Pedrini, allargando l’indagine al contesto sociale ed economico da cui scaturiscono miseria e malessere, sottolinea l’intreccio perverso fra repressione degli scioperi e politica economica dei governi. Alla violenza impunita degli squadristi e a quella dei Regi Carabinieri complici si sommava una tradizione di violenza economica tesa a far pagare il pareggio di bilancio ai poveri, che affondava le sue radici nella tassa sul macinato di cinquant’anni prima. Ma allora braccianti e operai non erano rappresentati in Parlamento, perché non avevano diritto di voto, e le Camere erano formate esclusivamente dai rappresentanti dell’aristocrazia e della borghesia. Nel 1920 invece, in seguito alla riforma elettorale giolittiana, i proletari, rappresentati dai socialisti, avevano ottenuto molti seggi, fatto, questo, molto preoccupante per i moderati e i reazionari. Ecco allora la decisione di contrastare le conquiste dei socialisti, ottenute legalmente, attraverso libere elezioni, in tutti i modi possibili, anche con il ricorso alla violenza squadristica.


L’attualità del libro di Pedrini


Questa ricerca si presta ad essere utilizzata per interrogare in qualche misura anche il nostro presente alla luce degli avvenimenti del passato. È vero che l’organizzazione del lavoro e le dinamiche sociali si sono trasformate profondamente, e che le somiglianze fra situazioni lontane nel tempo sono controbilanciate da innegabili differenze, ma almeno su alcuni punti vale la pena di cogliere qualche analogia. Anche oggi come allora siamo in presenza di una profonda crisi economica e di una vasta disoccupazione; il lavoro è precario e mal pagato; non esiste più il collocamento pubblico; la politica economica, all’attacco del welfare, sembra concepita nel Far West; torna l’uso della polizia per reprimere gli scioperi e forzare i picchetti; le formazioni di estrema destra conseguono successi nelle tornate elettorali. Nel 1920 da quel groviglio di tensioni, nonostante la forza e l’organizzazione del partito socialista, scaturì il fascismo. Sarebbe bene non dimenticarlo.