Quale rapporto tra lingua e dialetto?

Carlo D'Adamo prosegue la disputa sul dialetto, spiegando lo "standard" ovvero qual è la forma giusta (e se c'è) di scrivere il Bolognese.

Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Locandina del film

Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Locandina del film

Redazione 31 luglio 2017

di Carlo D'Adamo


(seconda puntata)


4. I’ me chiamm cucchie-cucchie: chiste fatte a chi l’accucchie? [proverbio napoletano]


Il rapporto fra lingua e dialetto è stato affrontato da innumerevoli studiosi. Giorgio Graffi e Sergio Scalise (14), ad esempio, distinguono, a proposito della diversa padronanza e del diverso uso che i parlanti fanno della lingua e del dialetto, fra una situazione di diglossia e una di bilinguismo:


Si ha una situazione di diglossia quando le due varietà sono usate in modo complementare e una varietà ha uno statuto socioculturale più “alto” e l’altra uno statuto più “basso” (15).


Si ha una situazione di bilinguismo con diglossia, continuano i due professori, se i parlanti padroneggiano sia l’Italiano che il dialetto, ma c’è una divisione degli ambiti funzionali in cui le due lingue sono usate. Si ha una situazione di bilinguismo senza diglossia quando vengono utilizzati sia la lingua che il dialetto,


senza che gli ambiti funzionali delle due varietà siano del tutto differenziati (aree metropolitane, meta di grandi correnti di immigrazione) (16).


Insomma, quando i ceti si amalgamano e le cose si confondono, lingua morta e lingua viva si mescolano, senza che siano chiari i diversi ambiti nei quali l’una è più pertinente dell’altra.  Nella confusione sociale e istituzionale che ne deriva c’è spazio anche per la confusione mentale. A guardarla con occhi asciutti e mente sgombra, questa ostentazione della lingua locale esibita con autocompiacimento e strizzatine d’occhio sembra la parodia involontaria di qualcosa che meriterebbe ben altra consapevolezza e ben altro rispetto. Il teatrino del dialetto però è gioioso e non fa danni, se gli attori e gli spettatori, anziché fingersi luminari della scienza stanno nei loro panni,  e invèzi ed fèr i sbrufàn si divertono innocentemente, e fanno divertire anche noi.


Quando una lingua muore l’agonia è molto lunga, ed è caratterizzata sempre dalla compresenza di parlanti della lingua “vecchia” accanto a quelli della lingua “nuova”, in una situazione di bilinguismo imperfetto che permette la comprensione reciproca. Lo stesso tipo di rapporti fra parlanti lingue diverse si è riproposto infinite volte nel passato, sia quando i nomi mutavano per l’arrivo di un nuovo gruppo etnico emergente, sia quando in un emporio internazionale si stipulavano patti che venivano redatti in testi bilingui, con una traduzione “alla pari” che non mortificava i valori di un gruppo per piegarli al sistema dei riferimenti dell’altro.


La prima situazione, quella dell’intrusione di nuovi gruppi etnici con la loro lingua, si verificò anche nella città etrusca di Marzabotto (tramandata come Marzabotte nella lingua locale), abitata in successione da Etruschi, Celti e poi Romani. Quando sul fiume Marza e nella città con lo stesso nome, abitata da Etruschi, rifondata secondo un nuovo piano regolatore e ridenominata  Kainua, sopraggiunsero i Celti, il nome del fiume divenne Reno, e il vecchio nome della città, documentato dall’abate Serafino Calindri,  rimase soltanto nella lingua parlata: 


Lo scenario che si può ipotizzare è quindi quello di una osmosi tra vecchi abitanti e nuovi arrivati, di una graduale integrazione, di una sintesi progressiva che trasforma l’intrusione in una presenza costante. Gli stranieri portatori di nomi come botte e Reno e destinatari di nomi come marza e kainua, divengono, grazie alla relazione bilaterale con la tradizione locale, insieme agli eredi di quella tradizione, i futuri creatori di toponimi come Marzabotte e Canovella. E quando la lingua etrusca, la lingua celtica e la lingua latina cesseranno, una dopo l’altra, di essere produttive, i significanti sopravvissuti, incompresi ma non cancellati dalla successiva stratificazione “italiana”, tramandati di generazione in generazione dagli abitanti del luogo, sopravviveranno fino a noi, e, grazie alla continuità della trasmissione orale, torneranno ad essere leggibili (17).


La seconda situazione, quella di gruppi etnici che si sentono alla pari, si verificò anche nello scalo etrusco-cartaginese di Pyrgi, nei pressi di Santa Marinella, nel Lazio. Per sancire la loro alleanza, Etruschi e Cartaginesi incidono su lamine d’oro appese nel tempio il testo del patto reso solenne dal luogo sacro e dalla esposizione pubblica del testo.


Le due comunità che incidono sulle Lamine il patto tra loro sancito in due testi paralleli scritti nelle rispettive lingue per consegnarli ai posteri, mantengono ciascuna la propria identità e le proprie convenzioni: dialogano, per così dire, alla pari. All’espressione fenicia mlk (“re”) corrisponde in etrusco il termine zilath, che individua nel mondo etrusco una magistratura; al nome della divinità fenicia Astarte corrisponde in etrusco quello della dea Uni; solo sls snt, “tre anni”, trova una corrispondenza esatta nell’etrusco ci avils; per il resto, i due testi sono paralleli ma diversi. Lo scriba etrusco e quello fenicio si rivolgono ciascuno alla propria comunità, destinataria della versione del patto incisa nella propria lingua, e immersa nel proprio universo linguistico, nelle proprie convenzioni sociali e nei propri riti. Per questo le due versioni non sono uguali: perché le due comunità sono diverse. Ognuno dei due interpreti non tenta una traduzione letterale del testo dell’altra comunità, ma ne ricostruisce fedelmente il senso complessivo. Nessuno dei due piega i propri usi linguistici alle esigenze dell’altra lingua, segno che le due comunità si fronteggiano alla pari. Questo è bilinguismo vero: identità complementari ma distinte. Per questo hanno torto i commentatori moderni che irridono all’operazione di traduzione delle Lamine di Pyrgi, considerandola approssimativa o troppo “libera”. Non è lecito pretendere dal traduttore antico vincoli maggiori di quelli che chiediamo all’intelligenza dell’interprete moderno. Le prime due lamine d’oro con i due testi paralleli esibiscono un patto fra uguali: sono proprio le loro differenze a rimarcare la reciproca autonomia e a riconoscersi pari dignità. Siamo ai tempi della battaglia di Alalia e della Stele di Lemno (18).


A volte i parlanti della lingua soccombente assumono in toto il punto di vista dei vincitori, e il lungo processo di rinuncia al loro mondo si esprime anche nella piena adesione al “nuovo” universo linguistico, come testimoniano numerose iscrizioni funerarie, lasciate ai posteri da Etruschi bilingui:


Nella fase ormai finale della civiltà etrusca, quando un bilinguismo imperfetto costringe gli etruschi a misurarsi con la lingua dei vincitori, il prenome Vel viene trasformato in Gaius, che è la sua traduzione letterale, ma l’abbreviazione v. (=Vel), che è scritta allo stesso modo del simbolo numerico romano V, dà luogo spesso alla trasformazione in Quintus. Poiché secondo l’uso etrusco, invece, il simbolo numerico di “5” è Λ, la scelta di chiamarsi “Quinto”, aderendo alle convenzioni latine, testimonia un desiderio di integrazione perseguito anche a scapito della perdita della propria identità. L’omografia, la casuale identità formale, permette ai Vel etruschi di acquisire una nuova identità cambiando nome. La loro non è traduzione né traslitterazione, è adesione piena ad un altro sistema di annotazioni e quindi di relazioni. (…) Poiché la scelta dei Vel che vogliono chiamarsi Quintus è intenzionale, non si può parlare di fraintendimento, ma semmai di operazione paretimologica consapevole, che subordina alle esigenze “tecniche” della traduzione quelle ideologiche dell’integrazione. L’operazione di trasformazione di v = Vel in V = Quintus giocando sull’omografia ha successo, e diversi etruschi la utilizzano per cambiare identità. La loro scelta attesta senza ombra di dubbio che il latino è già lingua di superstrato, e che gli stessi etruscofoni concepiscono ormai la loro lingua e la loro cultura come una zavorra. Utilizzando come alibi il testo scritto, tramandano attraverso l’epigrafe funeraria, che sarà letta dai posteri, la prova evidente della loro romanità, e usano il simbolo V, con la sua ambiguità, come cerniera fra il loro mondo e quello romano. La loro non è una traduzione, è un trasloco (19).


Trasferire un testo da una lingua ad un’altra, o da un dialetto ad una lingua, è sempre operazione complessa, perché l’unità di forma e di suono della lingua di partenza deve essere ricostruita con altri materiali nella lingua di arrivo, e anche quando tutto quadra e non ci sono problemi di comprensione, la nuova unità è per forza di cose diversa, ed ha un altro senso: lo dice anche Eco (20). E a complicare le cose, occorre che i parlanti del dialetto, che vive e respira come lingua parlata, accettino anche di misurarsi con una lingua scritta, che può avere necessità di congelare ogni termine in una forma standard, per esigenze pratiche di comunicazione. La tradizione seleziona così un corpus letterario che costituisce la “norma” (funzionale, statistica o ideale) che chi vuole può assumere come riferimento.


5. Ci sono tanti standard, uno più standard dell’altro


La “norma” di solito esclude termini e valori della periferia o del contado, percepiti come ineleganti o scurrili, in nome di una supremazia del centro e del perbenismo, separando il grano dalla crusca. La norma esprime quasi sempre il moderatismo di un ceto che parla in modo political correct, e propone attraverso lo standard un conformismo lessicale che a poco a poco si impone e detta legge.


Perfino Alberto Menarini (21), nella sua bella raccolta di proverbi bolognesi (Giunti-Martello, 1982), mentre lamenta l’appiattimento qualitativo, la perdita di carica espressiva e la costante retrocessione  dei dialetti di fronte alla lingua nazionale (pag. XI) e illustra i criteri utilizzati nella resa grafica (pagg. XXIII-XXIV), modifica alcuni proverbi, citati in versione castigata; si veda per tutti il proverbio “Tira pió uṅ pèil ed dóna, che zant pèra ed bu” riportato proprio all’inizio della raccolta (pag. 3). Da questo esempio ricaviamo due considerazioni :1) il creatore dello standard o del paradigma esprime, consapevolmente o no, la propria ideologia; 2) la selezione della forma standard è anche una scelta ideologica.


Lo Standard, che chiama in causa non tanto il parlato del forese con i valori del mondo che esprime, quanto il mondo dei parlanti del centro, con i loro valori e i loro dizionari standard, ha quindi una dimensione sociolinguistica ignara ad alcuni, che ne danno una visione ristretta. Per essere più chiari: “vilàn” (=che sta in villa, cioè in campagna) era un termine neutro; e così anche “canpagnól”, “cuntadèn”, “buvèr”. Chi ha attribuito una valenza dispregiativa a questi termini? Gli stessi che hanno attribuito a “cortese”, “urbano” e “civile” un significato positivo: quelli che stavano alla corte o in città. Nel 2017 i creatori dell’ennesima norma scritta selezionano e scartano grafie e valori, e possono anche credere di essere al di sopra della materia che trattano, ma non possono oggettivamente evitare di lasciare le loro impronte nello Standard. Menarini lo dice con chiarezza:


Il dialetto bolognese non ha mai beneficiato di un sistema di trascrizione stabile, concordemente accettato da tutti gli scrittori e studiosi, ognuno dei quali si è arrogato anzi il diritto (come noi, del resto …) di proporne uno personale.


Ciò premesso, non serve fare le barricate contro lo Standard, anche se mortifica la nostra posizione di parlanti delle altre quattro vallate parallele quando il Ladino Standard prescelto è quello della Val di Fassa. Non serve perché è possibile e auspicabile una dialettica fra il mondo del “modello” della forma scritta (congelata nell’illusione di fermare il tempo) e l’universo linguistico, dinamico e mutevole, di noi parlanti periferici, “villani”, “cafoni”, subalterni o eretici – a patto che siamo consapevoli dell’importanza della lingua che usiamo, e che ci trascende.


Ricordando la “preoccupazione profonda, non viziata da eccessi di nostalgia” di Alberto Menarini di fronte alla gravità culturale della fine del dialetto, Fabio Foresti  (22) (in “Parlare italiano a Bologna”, Forni editore 1984) sottolinea l’importanza della operazione di inventariazione dei diversi aspetti di quel grande patrimonio, concludendo:


D’altra parte, nel clima attuale di «riscoperta» del dialetto, la figura di Menarini ricercatore «locale» non deve in nessun caso venire confusa con quanti recuperano in maniera compiacente e facilona, spesso con puri intenti di cassetta, rifriggendo o infiorando materiali dialettali già ben noti, con il risultato di (ri)buttare il dialetto in quello spazio del divertente e del pittoresco, cui per troppo tempo è stato relegato dall’opinione comune (mass-media e istituzioni comprese) (pag. 8).


Ma armisdèr la pulànt rende sempre, e non è operazione difficile.


                                                                                                                                                                                                                                (2.continua)


 


NOTE


 


(13). Giorgio Graffi è professore di Glottologia e linguistica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Verona.


(14). Sergio Scalise insegna Linguistica generale presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Bologna.


(15). Giorgio Graffi e Sergio Scalise, “Le lingue e il linguaggio. Introduzione alla linguistica”, il Mulino 2002, pag. 237.


(16). Ibidem, pag. 238.


(17). Chi volesse leggere l’intero saggio può trovarlo in www.carlo.dadamo.name nella sezione “Nuovi articoli”, sotto il titolo “Marzabotte, Marzeno, Canovella”. Il saggio nasce da una ricerca sugli idronimi di origine neolitica diffusi in tutta Italia che hanno gli stessi nomi di manufatti ceramici, pubblicata anche in Carlo D’Adamo, “Sardi, Etruschi e Italici nella guerra di Troia”, Pendragon 2011, pagg. 76-71. Per la linguistica preistorica ho usato gli spunti offerti dalla recente ricerca glottogonica, e in particolare Glauco Sanga, “Questioni di glottogonia e di linguistica paleolitica”, in “Atti del Sodalizio Glottologico Milanese”, Milano 1998, che riprende puntualmente sia “The domestication of the Speech. Towards a Theory of Glottogony”, in Europaea III, 1, Bruxelles 1997, sia, per molti aspetti, “L’appaesamento linguistico. Una teoria glottogonica”, in Quaderni di semantica XVIII, I (1997). Il concetto di “appaesamento” è di particolare importanza nella linguistica: il parlante definisce le cose nuove cui va incontro con parole “vecchie”, espandendone il significato. Chi fosse interessato ai risultati di una ricerca su una serie di idronimi / toponimi ampiamente diffusi in tutta Europa a partire dall’età del bronzo, può leggere, in www.carlo.dadamo.name nella sezione “Nuovi articoli”, il saggio “I toponimi-idronimi del tipo Rimini / Lèmene e le antiche vie dell’ambra e dei metalli”, per il quale mi sono stati utili Francisco Villar (“Estudios de Celtiberico y de toponimia prerromana”, Salamanca 1995), le preziose segnalazioni di Alberto Areddu e i suggerimenti metodologici di Eduardo Blasco Ferrer (“Linguistica sarda. Storia, Metodi, Problemi”, Cagliari 2002).


(18). Chi volesse leggere l’intero articolo può trovarlo in www.carlo.dadamo.name nella sezione “Nuovi articoli”, sotto il titolo “Il potere del testo scritto. Dell’osmosi tra oggetto e segno”.


(19). Anche questo brano è tratto da “Il potere del testo scritto. Dell’osmosi tra oggetto e segno” (v. sopra).


(20). Umberto Eco, “Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione”, Bompiani 2003.


(21). Alberto Menarini (1897 – 1984), studioso dei gerghi, delle lingue furbesche e del dialetto bolognese, collaborò con numerose riviste di linguistica e glottologia e mantenne costanti rapporti con importanti studiosi italiani e stranieri. L’Università di Bologna gli ha conferito la laurea honoris causa per la sua lunghissima e qualificata attività scientifica.


(22). Fabio Foresti, docente di Dialettologia generale e Sociolinguistica all’Università di Bologna, si è occupato del Ladino, del Bolognese, delle varianti non standard dell’Italiano, ed è coautore anche della sistemazione delle testimonianze orali sulla prima guerra mondiale raccolte da Maria Resca e Paola Morisi nel 1982, e recentemente rieditata da Maglio editore (“Era come a mietere”, 2015).