Disputa sull'uso del dialetto: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno

Carlo D'Adamo risponde alle accuse di falsità sul dialetto lanciate da Roberto Serra, presidente della Consulta della Cultura di Persiceto, e regala ai lettori approfondite ed accurate lezioni sulle radici del Bolognese.

Copertina del libro "Le Scempiaggini di Cacasenno"

Copertina del libro "Le Scempiaggini di Cacasenno"

Redazione 21 luglio 2017

Con questo articolo, a cui ne seguiranno altri, cominciano approfondimenti culturali sul dialetto da parte di Carlo D’Adamo, la cui biografia, che potete leggere in fondo all’articolo, non ha bisogno di commenti per quanto sia qualificata e di rilievo.


La “nobil tenzone” prende avvio da alcuni commenti scomposti espressi da Roberto Serra, presidente della Consulta della Cultura di Persiceto, contro D’Adamo accusato, niente meno, di dire menzogne sul dialetto.


D’Adamo, punto per punto, confuta quanto scritto da Serra, dimostrando dove in realtà stia il vero. E regalando a noi tutti lezioni di elevata cultura sulle radici del Bolognese.


di Carlo D'Adamo*


1. Offelèe, fa el tò mestèe [proverbio milanese]


Leggo ahimè con ritardo l’incauto commento ad una mia intervista al sindaco Lorenzo Pellegatti in margine alla quale Bertéin ‘d Sèra, fine dicitore del Bolognese, si improvvisa storico e glottologo, scrivendo una serie di banalità su argomenti che conosce in modo superficiale. I social forum, si sa, si prestano a queste disavventure. Se chi li usa, invece di sentirsi autorizzato a diffondere accuse di falsità a testa bassa, si imponesse un po’ di autodisciplina per contare fino a dieci prima di intervenire, le nostre radici e la civiltà occidentale, oltre che la Consulta per la Cultura di Persiceto, ci guadagnerebbero in qualità. Non gliene voglio, perché la sua reazione scomposta nasce dal desiderio istintivo di difendere una creatura che ama – ed anche questo mio intervento su Controcorrente.globalist.it nasce dall’amore che anch’io porto per il Bolognese e le lingue soccombenti, estinte o in via di estinzione. Ma sono necessarie molte puntualizzazioni.


Cominciamo dal Celtico, che ha lasciato tracce anche nel substrato linguistico delle lingue emiliane, compreso il Bolognese. Con sicumera degna di miglior causa, Serra scrive testualmente:


Il bolognese NON è una lingua celtica, ma neolatina. Le lingue celtiche sono per esempio il gaelico e l’irlandese. Il bolognese non è “sopravvissuto e riemerso” dopo il latino: al contrario, deriva proprio dal latino, come il ladino e l’occitanico.


Due affermazioni tanto perentorie quanto azzardate, messe insieme stralciando da qualche manuale due nozioni mal comprese. Decine e decine di studiosi infatti mettono in evidenza l’importanza del sostrato celtico nei dialetti emiliani, e altrettanti sottolineano la maggiore antichità delle lingue locali rispetto alla imposizione / sovrapposizione del Latino da parte di Roma.


Sul Celtico, ad esempio, scrivono Emanuele Banfi e Nicola Grandi (1) in “Lingue d’Europa”:


Derivate da un “celtico comune” e attestate per la prima volta da iscrizioni (di provenienza celtico-continentale) risalenti ai secoli VI – V a. C. le lingue celtiche, all’altezza del I millennio a. C., erano parlate in un territorio assai vasto: dalla penisola iberica all’Anatolia centrale e dall’Europa centrale fino all’Italia centrale… (pag. 27). Con la dizione lingue italiche si intende l’insieme delle lingue indoeuropee attestate nell’Italia antica. Delle lingue italiche solo il latino ha continuato nel tempo e ha dato origine all’insieme delle lingue romanze (o neolatine), mentre le lingue italiche minori furono progressivamente sopraffatte da esso (pag. 31). Dalla fusione fra il latino e le lingue delle popolazioni entrate nell’orbita romana si svilupparono le lingue romanze (o neolatine) (pag. 32) [la sottolineatura è mia].


E Carla Marcato (2) scrive in “Dialetto, dialetti e italiano”:


Il gruppo dei dialetti settentrionali ha tra i suoi tratti linguistici più caratteristici e generali la sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche e lo scempiamento delle consonanti doppie (…) - può essere suddiviso in due aree principali: A) galloitalica B) veneta. L’area galloitalica comprende i dialetti piemontesi, lombardi, liguri, emiliani e romagnoli. È così denominata già da Biondelli (1853) perché condivide elementi che sono anche dell’area francese e che costituiscono il risultato di una evoluzione comune, dal latino, per ragioni storiche e culturali: presenza di sostrato celtico e di un superstrato germanico, continuità di rapporti con la Gallia … (pag. 170) [la sottolineatura è mia].


Lorenzo Renzi e Alvise Andreose  (3) scrivono in “Manuale di linguistica e filologia romanza”:


Ci sono parole nelle lingue romanze che non derivano dal latino, ma dalle lingue parlate prima del latino nei territori in cui poi questo si è imposto … (pag. 170) [la sottolineatura è mia].


Rainer Schlösser (4) scrive in “Le lingue romanze” (il Mulino, 2005):


Le lingue parlate in un certo territorio prima che una nuova lingua vi si sia stabilita, e che hanno influenzato questa nuova lingua prima di scomparire del tutto, sono dette in linguistica lingue di sostrato. Il celtico, l’etrusco, il retico, l’illirico ecc. sono quindi, nelle rispettive aree di diffusione, lingue di sostrato rispetto al latino, e hanno influenzato la sua trasformazione nella lingua romanza oggi diffusa in quell’area (pag. 33) [la sottolineatura è mia].


Il fatto che alcuni definiscano le lingue locali “dialetti” e altri invece conferiscano ai dialetti la dignità di lingue, e il fatto che alcuni definiscano lingue gallo-romanze le parlate a nord degli Appennini nascono dall’uso di una diversa terminologia e dal diverso peso attribuito ai caratteri comuni rispetto alle molteplici divergenze. Oltretutto “Celti” era il nome che i Greci davano a quelle popolazioni che poi i Romani chiamarono “Galli”, presenti qui in epoca preistorica e poi scese a più riprese, con le loro diverse tribù, nel corso dei secoli VI, V e IV secolo a. C. – e anche dopo.


In ogni caso il rapporto che si stabilì fra il Latino di Roma e le lingue italiche, Celtico compreso, è simile a quello che esiste fra l’Italiano e le lingue locali, e richiama, per analogia, il rapporto che si instaura sempre fra lingua emergente e lingua soccombente. Se ne occupò anche Benvenuto Terracini (5) in “Conflitti di lingue e di cultura”, il cui capitolo iniziale è intitolato “Come muore una lingua”. Un dialetto o una lingua non scompaiono improvvisamente, ma muoiono lentamente, man mano che il mondo al quale davano voce non esiste più. Nasce un bilinguismo imperfetto, testimoniato dalla lenta agonia della lingua subalterna, che non è più in grado di produrre valori e di riversarsi sulla lingua egemone, ma si riduce quasi soltanto a ricevere input e valori dall’esterno.


In questa situazione asimmetrica ogni riesumazione della lingua morta deve essere accompagnata dalla necessaria consapevolezza della sua millenaria formazione e della sua lunga trasformazione. Anche il problema della nostra identità – e delle radici dell’Europa – ha a che fare con la storia delle lingue e dei popoli che qui si sono mescolati per millenni, ed è quindi ben più complesso di quanto molti credono.


Seguiamo ad esempio la pista del marangon, il falegname.


 2. Al marangon [uccello di palude, falegname, carpentiere navale]


Lo studioso che più degli altri ha dato sistematicità alle ricerche sui rapporti antichissimi fra lingue locali e Latino, e ha rivalutato l’importanza dei dialetti nell’ambito della formazione delle lingue europee, è Mario Alinei (6). Sviluppando intuizioni di Emilio Peruzzi (7), che studia l’influenza del Greco miceneo sul Latino arcaico, e di Giacomo Devoto (8), che attribuisce le innovazioni linguistiche ad una serie infinita di infiltrazioni indoeuropee minime e così graduali da passare inosservate, e collegando la ricerca linguistica alle tracce archeologiche (9), Alinei dimostra che i dialetti risultano antecedenti al Latino e stanno alla base delle lingue cosiddette neolatine, che costituirebbero la continuazione delle varietà di Latino preesistenti alla diffusione del Latino di Roma. Per questo lo studio dei dialetti può fornire informazioni utili a ricostruire le varietà di Latino parlate già in epoche antichissime, e la linguistica, in concorso con altre discipline, può costituire l’indispensabile strumento di ricerca in grado di “datare” fenomeni culturali e antropologici come le migrazioni, la diffusione di pratiche e di nomi legati agli scambi internazionali (i cosiddetti mots voyagers), l’etimologia di toponimi e idronimi comuni… Il concetto di substrato, introdotto da Graziadio Isaia Ascoli (10), serve a spiegare quei termini, quei suoni e quelle costruzioni sintattiche presenti nelle lingue romanze (estranei al Latino o cooptati nella lingua di Roma) che fanno parte delle lingue regionali preesistenti. Fra queste c’è anche il Bolognese, in cui il sostrato celtico, riconosciuto da tutti gli studiosi, ma non dal Presidente della Consulta della Cultura, è evidente.


Innumerevoli sono i termini, le radici verbali e nominali, i toponimi e gli idronimi che il Latino prende in prestito dalle lingue preesistenti, e che poi restituisce alle parlate locali, che riemergono, profondamente trasformate dai secoli della dominazione linguistica, nell’alto medioevo, nella fase di formazione delle varie lingue “romanze”. Un metabolismo antico e sempre nuovo, che si ripropone con caratteristiche simili più volte nel corso della storia. Bella, per comprendere qualcosa della peculiarità e della complessità della nostra lingua, è la vicenda della voce marangon (=falegname), presente oggi soltanto nei dialetti a nord degli Appennini. Alinei sostiene che il termine designava in origine il falegname che lavorava stando immerso nell’acqua, per legare o consolidare i pali delle capanne lacustri tipiche dell’età del bronzo (le nostre terramare). Il Marangone è lo smergo, uccello palustre che si tuffa nell’acqua, e per analogia il suo nome fu attribuito al falegname che lavora in immersione… Nel mondo venetico e poi veneto il termine passò a definire il carpentiere navale, quel mastro d’ascia in grado di costruire, riparare e calafatare le imbarcazioni, lavorando spesso nell’acqua. Quando nel medioevo la Repubblica di Venezia nella sua espansione militare e commerciale occupò il Mediterraneo orientale e poi nella sua espansione verso l’entroterra occupò vastissimi territori, fino a Bergamo, il termine marangon fu esportato ovunque.


Lingua                             Parola                       Significato


Emiliano-romagnolo           Marangon                  Falegname


Veneto                              Marangon                  Carpentiere navale


Bergamasco                      Maringù                     Falegname


Ladino                              Marangon                  Mastro d’ascia


Turco                                Marangoz                  Falegname


Albanese                           Marangoz                  Falegname


Greco                               Μαραγνός                  Falegname


La parola era presente anche nell’Italiano ottocentesco, che l’aveva presa dal Veneto o dal Bolognese. Leggiamo testualmente nel primo Dizionario della lingua italiana, di Niccolò Tommaseo:


Marangóne, sm. (…) In mar. Colui che, tuffandosi sotto acqua, ripesca le cose cadute in mare, od accomoda qualche rottura della nave = In ar.mes. Garzone di legnajuolo – segatore di legnami – maestro d’ascia.


Anche per questo verso la storia del Bolognese va ben oltre le simpatiche zirudèle del professàur Serra, che forse deve approfondire ancora lo studio su questa materia. Un bel proverbio bolognese, presente nella raccolta di Alberto Menarini, ricorda a tutti noi che “A s’é prémma garzàn, e po màsster”, ed un altro ci ammonisce: “Bisàggna prémma fèr egl’èli, e po vulèr” .


3.“A vocca ‘nchiusa nun traseno mosche” [proverbio napoletano]


Salito in cattedra, Serra continua ad accumulare un errore dopo l’altro senza arrossire di vergogna, anzi: sembra che si compiaccia delle proprie singolari trovate. Ecco cosa racconta:


Non ha alcun fondamento linguistico che il bolognese sarebbe una “lingua d’oil” mentre il ladino dolomitico sarebbe imparentato con la lingua d’oc.


Come si sa, le lingue medioevali sono definite dall’espressione usata in quelle lingue per dire “SÍ”. Come si diceva SÍ nella Francia settentrionale ? OIL (dal latino hoc ille)! Come si diceva nella Francia meridionale? OC (dal latino hoc est)! Come si dice SÍ in bolognese? OI (dal latino hoc ille)! L’affermazione è spesso rafforzata dall’ avverbio BAN. “At capé?” “Oi bàn!”. Le due lingue utilizzavano quindi  un termine identico, ma mentre il Bolognese ha conservato l’antica forma, il Francese l’ha trasformata in OUI, modificando grafia e pronuncia.


Un onesto viaggiatore che percorresse la via Emilia dalla Romagna a Milano e si spingesse anche in Svizzera, potrebbe constatare che “oggi” si dice incù, ancùo, incoeu, e in modi simili; ma forse sarebbe sorpreso nel sentire che in Veneto è ancó, in Friulano  ancói, in Ladino ànche, in Piemontese anchèuj, in Ladino cantonese inchèi, in Ligure anchèu, e che in Provenzale c’è ancanoch (scritto anche ancanug e ancanueh) con il significato di “stanotte” (= oggi notte). Una linea orizzontale (dal Friuli alla Provenza) ed una obliqua e verticale (dalla Romagna alla Svizzera) si mescolano ibridandosi, sembrerebbe quasi all’insaputa di Serra, per il quale questo continuum “non ha alcun fondamento linguistico”. Un’altra parola rivelatrice di antichi legami è il verbo ladino dolomitico tomà (=prendere), provenzale tomar, catalano tomar, spagnolo tomar, portoghese tomar . Friedrich Schürr (11) nel suo libro “La dittongazione romanza e la riorganizzazione dei sistemi vocalici” (Edizioni del Girasole 1980), accogliendo le proposte di Antonio Ive (12) sottolinea la possibilità dell’esistenza di uno strato preladino e preveneto, “anello di transizione fra i parlari dell’Italia alpina e quell’estrema latinità orientale che si estese dall’Illirico al Ponto” (pagg. 82-83) e altrove mette in evidenza le concordanze fonetiche fra “il sabino-osco e il latino parlato in Spagna” (pag. 126), il dialetto ferrarese, il Padovano e il Romagnolo (pag. 71), e, in generale, fra i dialetti dell’Italia meridionale e quelli dell’Italia centrale e settentrionale per quanto riguarda la dittongazione di o e di e rispetto al Latino. Cita più volte il nostro Gino Bottiglioni, che mette in evidenza il ruolo della Lunigiana “intermediaria fra uo toscano e ö emiliano-ligure-lombarda”  (pag. 77). Potremmo continuare con altri passi di Ascoli, Merlo, Prosdocimi, Migliorini, Rohlfs, Heilmann, Coco, De Mauro…  Ma perché infierire?


Basta con le citazioni di dialettologi e glottologi. Continuiamo il nostro cammino.


La meraviglia dell’onesto viaggiatore forse aumenterebbe, se scoprisse una cosa che il professàur Serra tace nel suo infelice intervento: al di là del livello lessicale, che è tutto sommato il più superficiale e mutevole, è molto importante in ogni lingua il livello strutturale, cioè quello della grammatica e della sintassi, che è più profondo e duraturo. Bene, il Bolognese ha una costruzione della frase interrogativa, con inversione di soggetto e verbo, che non deriva dal Latino e non ha niente a che vedere con l’Italiano. La struttura dell’interrogativa è la stessa del Francese ed è molto simile a quella delle lingue anglosassoni – tutti idiomi con i quali il Bolognese condivide l’antico substrato celtico. Ma il Celtico si riaffaccia più volte nel lungo processo di formazione del Bolognese, e lascia in eredità diverse parole, anche quando, attraverso la poesia d’amore provenzale, nel corso del medioevo arrivano in Italia nomi e termini legati al vassallaggio amoroso e alla cavalleria, diffusi nelle corti dei nobili e nei castelli, e poi anche nei convivi cittadini.


Serra avrà studiato senz’altro al liceo tanti autori – da Cielo d’Alcamo a Bonvesin della Riva – che da Sud a Nord, con la mediazione dei Normanni o attraverso rapporti diretti con la Francia di allora, instaurano un vero e proprio bilinguismo letterario. Sono portatori di questa tradizione soprattutto i clerici vagantes, studenti universitari che fanno i menestrelli, passando di università in università. Lo Studio di Padova e quello di Bologna –fra i più antichi d’Europa – erano anche i più famosi, e contribuirono alla creazione e alla diffusione di un volgare (intriso di inflessioni padovane e bolognesi) che tende ad una koiné letteraria, con caratteristiche fonetiche e morfologiche che risentono del franco-provenzale. È da questo humus che nasce a Bologna la nuova poesia d’amore, quella del notaio Guido Guinizzelli, scritta in un volgare letterario alla formazione del quale contribuiscono Latino, Provenzale e Bolognese, in grado di esprimere concetti filosofici e teologici che derivano dalla Scolastica e dal mondo arabo (13). Anche Dante, che traduce dal Provenzale parte del  Roman de la Rose e lo trasforma nel suo poema giovanile Il Fiore, frequenta lo Studio di Bologna e proprio  qui, in margine a un atto notarile, sono attestati per la prima volta i versi dell’Inferno che ci parlano dell’amore fra Paolo e Francesca.  


C’è insomma una tale ricchezza di rapporti dietro la formazione delle lingue europee e delle loro letterature che il Presidente della Consulta della Cultura forse non immagina nemmeno. Questa profondità e questa circolarità di influssi, imprestiti, interferenze, infiltrazioni, sovrapposizioni antiche e recenti rende molto avventata la sua affermazione secondo cui tutto questo “non ha alcun fondamento linguistico”. Per me, che me ne occupo da cinquant’anni, tutto questo ha più di un fondamento linguistico, e in questa mia convinzione sono in ottima compagnia.


(1.continua)


 


 NOTE


 1. Emanuele Banfi è professore ordinario di Linguistica e glottologia all’Università di Milano Bicocca; Nicola Grandi è professore associato di Linguistica e glottologia nella stessa Università.


2. Carla Marcato è professore di Linguistica italiana all’Università di Udine.


3. Lorenzo Renzi insegna Filologia romanza all’Università di Padova: Alvise Andreose ha conseguito il dottorato in Filologia romanza all’Università di Padova e la specializzazione alla Scuola Normale Superiore di Pisa.


4. Rainer Schlösser è professore di Linguistica romanza alla Humboldt Universität di Berlino.


5.  Benvenuto Aronne Terracini (1886 – 1968) è stato linguista, glottologo e critico letterario. Costretto dalle leggi razziali ad emigrare, insegnò per tanti anni in Argentina e si occupò in modo particolare dei rapporti fra lo spagnolo dei conquistatori e le lingue indigene.


6. Mario Alinei è professore emerito dell’Università di Utrecht, dove ha insegnato dal 1959 al 1987. Ha fondato e dirige la rivista “Quaderni di semantica”, ed è stato per anni presidente dell’ATLAS Linguarum Europae, un progetto di Atlante linguistico nato nel 1970 con l’aiuto dell’Unesco.


7. Emilio Peruzzi, professore emerito di lingue dell’Italia antica e professore di glottologia alla Scuola Normale di Pisa, è stato docente anche all’Università di Bologna. I suoi saggi sugli influssi del Greco miceneo nel Latino hanno precorso i tempi.


8. Giacomo Devoto (1897 – 1974) è stato uno dei più importanti glottologi italiani, ed il maggior esperto di linguistica indoeuropea. Le sue pubblicazioni sugli antichi popoli italici e sulle loro lingue sono ancora oggi attualissime.


9. Daniele Vitali, archeologo e grande conoscitore del mondo celtico, conosciuto per gli scavi di Monte Bibele (un villaggio etrusco-celtico) e fondatore del museo di Monterenzio, dopo aver lavorato per anni come ricercatore all’Università di Bologna ha deciso di andare ad insegnare all’estero, ed è professore di Archeologia classica all’Università di Borgogna (Digione). Vitali collaborò gratuitamente alla revisione della mostra “Etruschi di pianura” organizzata da me e da Pierangelo Pancaldi nella sala mostre della biblioteca di Persiceto nel 1987. Sebbene sia omonimo di Daniele Vitali, studioso della lingua bolognese e colto conoscitore della storia locale, tra i due non c’è nessun rapporto di parentela.


10. Graziadio Isaia Ascoli (1829 – 1907), friulano di formazione culturale tedesca, fondatore della moderna scienza linguistica, pubblicò giovanissimo il saggio “Sull’idioma friulano e sulle affinità con la lingua valaca”, scrisse i “Saggi ladini”, e dopo l’unità d’Italia si trasferì a Milano, dove insegnò Linguistica. Oltre ad occuparsi delle lingue indoeuropee, classificò i dialetti italiani, studiò a lungo il rapporto fra lingua e dialetti, inventò il concetto di substrato per spiegare la presenza di tanti elementi comuni a lingue diverse e lontane, e affrontò anche il problema dell’uso di paradigmi linguistici.


11.  Friedrich Schürr (1888 – 1980) iniziò la sua carriera di docente universitario nel 1926 e insegnò a Graz, Marburgo, Strasburgo, Ratisbona, Friburgo. Per i suoi studi sul dialetto romagnolo nel 1974 ricevette la cittadinanza onoraria della città di Ravenna.


12. Antonio Ive (1851 – 1937), istriano, fu un importante studioso di linguistica e di glottologia; si occupò a lungo dell’Istrioto, del Friulano, del Dalmata, del Rumeno, e delle concordanze fra le diverse lingue balcaniche.


13. Guido Guinizelli, soprattutto con la canzone “A cor gentil rempaira sempre Amore / come l’ausello in selva a la verzura”, considerata il manifesto del Dolce Stil Novo, sviluppa una serrata polemica antinobiliare, sostenendo che la gentilezza consiste nella nobiltà d’animo, e non nella nobiltà di stirpe. Per questo sostituisce l’aggettivo “cortese” (tipico della poesia d’amor cortese) con l’aggettivo “gentile”, che non è legato alla corte e al mondo feudale. Tra gli innumerevoli saggi sull’argomento, mi piace ricordare almeno questi due: Aurelio Roncaglia, “Precedenti e significato dello “Stil novo dantesco”, che si trova in “Dante e Bologna nei tempi di Dante”, Patron 1967, e Fiorenzo Forti, “La transumptio nei dettatori bolognesi e in Dante”, inserito nella stessa raccolta. Per quanto riguarda invece la importazione della terminologia e delle figure dell’amore dal mondo arabo, fondamentale è l’opera di Miguel Asìn Palacios, “Dante e l’Islam. L’escatologia islamica nella Divina Commedia”, Nuova pratiche editrice, 1997.


 *Biografia di Carlo D'Adamo


Carlo D’Adamo è nato a Collesalvetti  nel 1949, si è laureato a Bologna con Luciano Anceschi nel 1971 ed ha insegnato italiano e storia negli istituti superiori delle province di Modena e Bologna. Nella sua lunga esperienza di studi si è occupato di storia delle antiche lingue italiche, di linguistica preistorica, di filologia classica, di storia della lingua italiana, di dialettologia, di storia antica e di storia contemporanea. Ha pubblicato Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine riprodotte traslitterate tradotte e commentate (Gherli 2004), Tutti zitti. Una rimozione collettiva (Gherli 2009); con Pierangelo Pancaldi Il gioco degli spot e l’informazione (Nicola Teti editore 2009); con William Pedrini I 34 scheletri del Poggio (Maglio editore 2012) e Un passato che non passa. Il documentario fotografico di D’Aiutolo e Parisi (Pendragon 2012). Con Pendragon ha pubblicato inoltre Sardi, Etruschi e Italici nella guerra di Troia (2011), Disavventure dell’archeologia. I comunisti delle terremare (2011) e Chi ha ammazzato l’agente Iozzino? Lo Stato in via Fani (2014). Sta lavorando a Nuove disavventure dell’archeologia. Il mistero della chiappa scura, e alla redazione di una inchiesta collettiva sull’archivio clandestino del CLN bolognese. Ha tenuto in vita il sito www.Etrusca Philologia, fondato da Adolfo Zavaroni e oggi non più in essere, e tiene aperti i siti www.tavoleiguvine.eu e www.carlo.dadamo.name . Con William Pedrini ha curato il capitolo 8, Morte presunta nel libro di Renato Sasdelli  Fascismo e tortura a Bologna. La violenza fascista durante il regime e la RSI (Pendragon 2017). Con Fabio Fantuzzi e Fabrizio Bizzarri negli Anni Ottanta ha realizzato documentari sul servizio di assistenza domiciliare del Comune di Persiceto, sulla apertura dell’ex ospedale-ricovero e sulla vicenda del partigiano sordomuto Federico Siena. Con Pierangelo Pancaldi e Cristina Ferraresi nel 1988 ha progettato e realizzato una mostra didattica, “Etruschi di pianura”, allestita presso la biblioteca comunale, con la supervisione dell’archeologo Daniele Vitali. Tiene conferenze sulla lingua etrusca e sull’ Umbro antico, sulla linguistica preistorica applicata e sulla storia bolognese contemporanea.