Omocromo. Grandi tele dipinte con luoghi della 'natura' di Lomaestro in beneficenza

Lunedì 9 dicembre dalle 18.30 a Bologna, alla trattoria Nonna Rosa, in via Piave 31, si terrà una grande asta di beneficenza con le opere di Enrico Lomaestro. Per informazioni: 3336930037, 3386721996.

Opera di Enrico Lomaestro

Opera di Enrico Lomaestro

Redazione 5 dicembre 2019
di Enrico Lombardi 
Perché un occhio da sempre così essenzialmente e sostanzialmente fotografico, come quello di Enrico Lomaestro, desidera vedere la terra attraverso la pittura? Cosa muove un desiderio di forma prodotta con un linguaggio così antico e già da sempre strutturato? E perché, nonostante questo impellente bisogno, resta così saldo il legame con quell'occhio fotografico che sta alla base di ogni immagine prodotta da Enrico Lomaestro? Perché anche questi paesaggi non sanno sciogliere il nodo della creazione del mondo e continuano a darlo per scontato proprio attraverso questo legame con la camera? Dunque di cosa si tratta? Grandi tele dipinte con sapienza e sicurezza mimetica che rappresentano luoghi della “natura”, siti selvaggi di boschi, acque e foreste pluviali, grandi montagne e altre vastità. L'immagine è evidentemente desunta da quella fotografica trattata digitalmente e dipinta con uno stile minimale fatto di pochi colori essenziali e non descrittivi, come vedessimo il mondo attraverso una solarizzazione. In questo modo l'aspetto più naturalistico viene, in qualche modo, negato o almeno mimetizzato in una raffigurazione che sembra tendere quasi all'informale. E specialmente negli ultimi lavori questa tendenza della figura a dissolversi in uno stillicidio di segni informali sembra radicalizzarsi e imporsi. Tuttavia, in una pittura così fortemente concettuale e decisa, la cosa più interessante, qualora la si raggiunga con maturità e consapevolezza, sarebbe proprio la tenuta di una frontiera impalpabile tra figura e sua sparizione, una soglia invisibile tra mondo e macchia. Un confine in cui la figura resista con tutta la sua evidenza, seppure disfatta in una cosmologia di segni, insieme alla sua sparizione. Ciò che in un atteggiamento stilistico come questo deve però essere assolutamente problematizzato è la ragione che sta alla sua base, che sottende la decisione di dipingere così e non in un altro modo.

Devo dire che il mio occhio è sempre sospettoso di fronte a qualsiasi immagine che, ingenuamente, creda di raffigurare quella presunta realtà che la filosofia ci ha mostrato come la più grande delle superstizioni, (benchè spesso la mia retina goda di qualcosa che assomiglia ad un magico riconoscimento). E così la mia domanda resta sempre la stessa: ha senso nell'epoca dell'immagine digitale dipingere la “natura”, desumendola da quella stessa immagine digitale? Non si precipita, in questo modo, in una specie di tautologia insensata? Ma forse la risposta, se c'è, è sempre la stessa di sempre: ogni cosa non è che un pretesto per esercitare la bellezza, la magia, l'alchimia del dipingere, e precipitare nella sua materia, nella sua corporeità, nella sua densità, nel suo destino. A questo punto, se questa è la risposta, ( in fondo Morandi ha potuto esprimere una delle più profonde esperienze pittoriche del '900 guardando solo bottiglie e colline), se la figura non è che pre-testo nel senso filologico del termine, occorre però che la pittura sappia sempre trascenderla (la figura) facendovi intuire la sua sostanziale impossibilità di essere conosciuta, tenendo aperto quel varco in cui il “fuori” resta ineluttabilmente fuori da ogni linguaggio, pur non potendo esistere umanamente che in esso e realizzando, quindi, quel paradosso che è in nostro abitare il mondo guardandolo. Se una pittura non ripete altro che un'idea stereotipata e già definita di mondo non avrebbe altro approdo, nella migliore delle ipotesi, che un virtuosismo tecnico-mimetico vuoto e inutile. E, si sa, dove non c'è vera visione non c'è nulla!

In pittura il virtuosismo fine a se stesso è la cosa più lontana dalla pittura. Per questo, sempre, la pittura, comunque la si eserciti, ha come unico e ineludibile compito quello di inventare il mondo e mostrarlo.