Presente-Assente nelle opere di Simonini a dieci anni dalla scomparsa

A dieci anni dalla morte del noto artista di Castelfranco, l’associazione L’Atelier porta in mostra le opere di Anton Celeste Simonini. Inaugurazione il 7 aprile alle ore 17. La mostra si protrarrà sino al 22.

La locandina della mostra

La locandina della mostra

Redazione 4 aprile 2018

A  dieci anni dalla morte del noto artista di Castelfranco, l’associazione L’Atelier di San Giovanni in Persiceto (via Tassinara 36A) porta nella mostra “Presente-Assente” le opere di Anton Celeste Simonini. Inaugurazione il 7 aprile alle ore 17. La mostra si protrarrà sino al 22 aprile. Ingresso libero. Apertura sabato e domenica dalle 17 alle 19.30.


di Willer Comellini


La persona
Se dici d’amare Anton Celeste Simonini, detto “Celestino” sicuramente c’è stato un momento nel quale l’hai detestato, per il suo carattere, la sua foga, ma se avevi la fortuna di resistere allora, alla fine, rimanevi conquistato dalla sua dolcezza e generosità. I suoi cultori amano le sue opere in modo quasi feticista, ne conosco tre, uno di Bologna, uno di Castelfranco, uno di Piumazzo; le loro case non hanno un centimetro di parete che non sia occupato da opere di Celeste. Era quasi una droga, guardando quei quadri ti intenerisci e sei felice per l’intera giornata. Io stesso ho tutto quello che ho potuto comprare, non molto, perché Celestino non svendeva, era sempre lui a stabilire il prezzo delle opere. Non le cedeva mai per meno della cifra che si era imposto ed aveva imposto, così nessuno poteva dire che valessero di meno, specialmente gli amici ed agli affezionati, che in quanto amici, estimatori, e non mercanti, non dovevano lesinare. Se gli andava magari te ne regalava una, senza che la chiedesti, solo perché magari quel determinato gallerista aveva, secondo lui, applicato un ricarico troppo alto o semplicemente perché così gli andava di fare.
Gli estimatori, però, amano specialmente lui, così inscindibile dalle sue opere. Mi sono chiesto spesso cosa significhi questo in termini di critica, se sia un elemento di disapprezzamento della sua produzione artistica che verrebbe collocata in posizione subalterna rispetto a personalità e carisma personali. Non lo so, ma noi amiamo anche le sue opere e non ci chiediamo quale sarebbe il parere di critici affermati. Certo che tra gli estimatori ci sono anche critici e persone che operano nel settore dell’arte.


L’artista
Ha fatto di tutto, ha usato svariate tecniche, ha creato egli stesso tecniche nuove, ha dipinto su qualsiasi supporto (carta da macellaio, carta blu per fasciare i cardi, carta forellata per imballare la frutta, tela, carta da lettera, cartone ondulato da imballi), ha prodotto sculture fatte con tutti i materiali, vecchie doghe di rovere avvinazzate, polistirolo (prima che lo facessero le schiere degli emuli), resine, metalli. Ha prodotto incisioni operando su tutti i tipi di legni e sul linoleum, ha eseguito ricerche decorative su ceramica per conto di grandi gruppi ceramici (utilizzati commercialmente dalle medesime ditte ma mai pagatigli).
Detestava l’utilitarismo: dell’istituto d’arte Venturi diceva che della grande scuola che fu restava ben poco da quando, negli anni ‘80 si abbassò, senza accorgersene, ad ente di formazione al servizio dei settori produttivi in espansione nel modenese, istituendo corsi strettamente finalizzati ad una formazione lavorativa (grafici, ceramisti, ecc) non era più un istituto d’arte, con una sua indipendenza e una sua valenza di preparazione artistica, ma una succursale aziendale preparatrice di mestieranti o un centro di formazione come si trattasse di preparare ragionieri.


Un ricordo
Quando mi reco sulla sua tomba, inspiegabilmente e solo in quell’ala del cimitero, le cime dei cipressi sono mosse dal vento ed una brezza percorre i porticati. Finora è sempre successo così, svariate volte, in qualsiasi stagione. Lui aveva un rapporto speciale col vento. Non credo ad esoterismi né superstizioni, né credo sia probabile che il soprannaturale possa manifestarsi in questo modo. Ancora, però, non mi spiego il perché di quel vento.
Nessuna definizione di Celestino è centrata come quella data da Michele Fuoco: il folletto di Piumazzo. Non era mai fermo, e quel vento potrebbe essere la sua scia, il movimento dell’aria prodotto dal suo camminare scattante o, in senso figurato, quello prodotto dalla sua vitalità intellettuale.
La politica
Il suo sodalizio con la politica e l’Amministrazione Comunale durò proprio quanto un alito di vento. Dapprima coinvolto in commissione edilizia integrata per la zona agricola e la tutela dei monumenti grazie alle sue conoscenze generali e locali e il suo impegno per la conservazione.
Nel 1997, in base a leggi, statuti e deliberazioni intervenuti, venne allontanato assieme ad altri presenti in qualità di esperti dal suo incarico. La prese parecchio male, in quei giorni si aggirava orgoglioso per il paese sventolando quella lettera di benservito. Era convinto si trattasse di una specie di passaporto per il regno dei filantropi o di una patente di onestà intellettuale e di coerente lealtà negli atti concreti, qualcosa di cui ci si potesse vantare, qualche escamotage che era stato creato per allontanare le persone scomode. La sua curiosità lo portava comunque ad essere sempre aggiornato su fatti locali e generali.


Il rapporto con la religione e la chiesa
Per accadimenti e vicissitudini varie perse taluni entusiasmi, rinunciò al seminario ed ebbe un percorso inverso, una specie di conversione od illuminazione divina a ritroso, ma restò sempre attratto dagli aspetti mistici. Strenuo difensore del vero al di là di ogni ideologia, anche in quei momenti nei quali era difficile farlo, nei quali sarebbe stato comodo schierarsi senza tentennamenti ne dubbi.
Come quando, pur essendosi allontanato dall’ortodossia e dall’essere praticante, difese la memoria dei rappresentanti della chiesa locale dalle critiche di connivenza con l’antisemitismo, intervenendo accorato per ricordare come Don Turilli, Parroco di Piumazzo fino al 1951, avesse sottratto alla deportazione decine di ebrei ed antifascisti nascondendoli per giorni nei corridoi che sovrastano i transetti della chiesa preparandogli la fuga affidandoli successivamente a Mons. Tassi di Vignola.
Conosceva a menadito gli accadimenti verificatisi nella casa dove ho abitato dai 3 ai 32 anni, sapeva ad esempio che Giuseppe Vandelli, il proprietario, ne concedeva l’uso per le riunioni clandestine del CLN del quale faceva parte in veste di rappresentante del Partito Liberale. Sapeva che quella vecchia quercia al limitare ovest di quello stesso podere aveva ancora la corteccia corrugata perché un partigiano, quando pur poco convinto, consegnò a malincuore le armi al comando alleato, dalla stizza e per non consegnare tutto, scaricò tutte le munizioni che aveva su quel povero tronco. Il partigiano è molto noto, Vittorio Marinelli, detto Pampurio, ma questa cosa nessuno la sapeva. Pensare che per anni tutti noi restammo convinti che a martoriare quel fusto fossero stati antichi parassiti! Quanta storia minuta e meno minuta in quelle memorie, quanta altra memoria storica sarà andata perduta assieme a Celestino?

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