Disputa sul dialetto: quale standard scegliere per i cartelli?

Scegliamo come standard la lingua parlata a Decima, quella parlata all’Amola o quella di Castagnolo? Qual è il progetto di largo respiro sul dialetto?

Dizionario bolognese italiano scritto da Alberto Menarini

Dizionario bolognese italiano scritto da Alberto Menarini

Redazione 4 agosto 2017

di Carlo D'Adamo


6.Ognón al so mstir, e i sumàr int i carabinìr[proverbio bolognese]


Questo proverbio è chiaramente espressione di un sottomondo ribelle (quello della “leggera”, dei furti campestri, delle lotte sociali) che Graffi e Scalise inserirebbero nella situazione della diglossia, caratterizzata dalla diversa valenza sociale, “alta” o “bassa”, dei parlanti. I ceti subalterni e la gente di campagna si esprimono in un dialetto pieno di espressioni crude, realistiche, a volte scurrili, oscene, provocatorie, che attinge le sue radici anche nella tradizione sboccata delle letterature dei popoli italici, di cui niente ci è rimasto. Emergono qua e là elementi sporadici ed incerti: allusioni latine alla fescennina jocatio (la comicità grassa dei Faleri, che esplodeva nelle feste paesane); le commedie di Tito Maccio Plauto, con le boccaccesche situazioni erotiche; personaggi come Babio, maschera del teatro medioevale latino, da cui deriva il Bolognese Babiàn (=Babbione, cioè babbeo, stupido); caratteri come il Miles Gloriosus, il soldato fanfarone che le spara grosse ma scappa appena può, e che influenza nel Rinascimento il teatro del regista ed attore Ruzante; una serie di tipi farseschi, da cui scaturiscono poi le maschere di Balanzone, Pantalone, Brighella,  Meneghino, Arlecchino, Pulcinella, ecc. Caratteristiche socioculturali delle lingue “minori” erano, secondo i Romani, la rusticità (attribuita soprattutto ai Sabini), e il parlar greve. Ma il bilinguismo e il plurilinguismo erano estremamente diffusi, per ragioni commerciali, amministrative, ambientali, culturali. I grandi autori latini del periodo repubblicano, sia i più antichi che i “nuovi”, sono quasi tutti stranieri: Ennio è greco di Taranto; Plauto è umbro di Sarsina, Orazio è pugliese di Canosa, Varrone è umbro di Rieti, Virgilio è mantovano di Andes, Catullo è veronese di Sirmione, Cicerone è ciociaro di Arpino, e tutti parlano la loro lingua, oltre al Latino; i giovani di buona famiglia vanno almeno per qualche anno in Grecia, a studiare la lingua e la filosofia. Nonostante questo diffuso plurilinguismo, i piccoli contadini e i proletari delle città sottomesse a Roma difendono la lingua locale e usano il folklore come strumento di valori antagonistici, approfittando dei grandi raduni religiosi federali per riunirsi in assemblea (la kumbennìa osca). Nello stesso tempo i nobili e i sacerdoti locali, espressione dei ceti dominanti, utilizzano invece il richiamo alla comune etnia (il “nomen”), alla tradizione religiosa e all’unità della civitas (o della tota, o della spur), per difendere gli equilibri di potere vacillanti sotto la spinta delle lotte sociali. È il caso di Capua (23), che vede nel V secolo gli ottimati locali riproporre riti arcaici suddivisi in un anno liturgico di 10 mesi, secondo il vecchio calendario dei tempi di Numa; ma è anche il caso di Gubbio, che vede gli ottimati riproporre ed esibire in età augustea su tavole di bronzo vecchi riti, dotandoli di una nuova significazione (24). Anche Augusto per accentrare tutto il potere nelle sue mani e fondare l’impero punta sulla cultura antiquaria e utilizza i prisci mores, i costumi degli antichi, il mito della frugalità di una volta, le caverne di culti animistici arcaici, le processioni e le preghiere riscoperte o reinventate, lo spettacolo del potere che coinvolge fedeli e intellettuali, militari e sacerdoti, schiavi e cittadini…


Ma le lotte sociali attraversano in lungo e in largo la repubblica e l’impero. Il richiamo alla tradizione viene utilizzato anche dai proletari delle città sottomesse per invitare alla rivolta, nello stesso tempo in cui gli ottimati utilizzano la tradizione per gestire un potere locale subalterno, garantito dalla loro alleanza con il Senato romano.


Ancora oggi la legittima difesa della tradizione locale oscilla fra il recupero culturale di un mondo antagonistico che non c’è più, con i suoi valori e la sua lingua, e lo spettacolo della tradizione, fra il divertente e il pittoresco, nella kermesse di una fiera di paese.   


7. Fricandò


C’è un settore particolare della linguistica storica, che studia la formazione delle lingue europee addentrandosi dettagliatamente nella ricostruzione scientifica dell’etimo di tante parole. Lo studio della formazione e della evoluzione di molti termini dal lontano passato ad oggi ha prodotto sia manuali specialistici sia opere di divulgazione reperibili con facilità nelle biblioteche, accessibili dunque anche ai membri delle Consulte della Cultura cultori del Bulgnàis.                                                                                                       


Fra gli infiniti input passati al Latino dalle lingue mediterranee, voglio qui ricordare almeno i sostantivi pertica (= decempeda, asta di dieci piedi), prestito dell’Umbro al Latino e all’Etrusco, pumpa (=processione solenne), fameria (=fratellanza religiosa), şesna (=cena, banchetto rituale), e fenomeni come la caduta precoce delle consonanti finali e della marca dei casi o la rotacizzazione nell’Umbro antico (25), il termine-funzione Anco Marzio (26), trasformato in nome proprio… Fra gli input passati direttamente dalle antiche lingue locali ai “dialetti” odierni mi piace ricordare i diminuitivi in –eddu e in –edda, caratteristici dell’Osco, testimoniati da innumerevoli iscrizioni e ancora oggi presenti nelle parlate della Campania meridionale, della Calabria e della Sicilia. Fra le espressioni passate direttamente dal Latino alle lingue regionali o ai dialetti bypassando l’italiano, citerei almeno abento (<ab vento, cioè quiete, tranquillità), crai (< cras, domani), a basàura (< bassa hora, cioè nel tardo pomeriggio), cévena (<canova, cioè dispensa, cantina, con metatesi sillabica, in Ladino)…(27)  E che dire del Ladino feida (= pecora) dal Latino fetus ? Fra le numerose consonanze di Bolognese e Francese antico mi piace ricordare il termine madóna (= suocera, nell’antico Bolognese), parallelo al Provenzale midons (=castellana), tutti e due evoluzione dal latino mea domina (=mia padrona), da cui l’Italiano Madonna...  Per le numerosissime consonanze fra il Ladino e il Bolognese basta scorrere i dizionari dalla A alla Z. Accendere = inpeèr su / inpièr; accetta = manarìn / manarìn; acchiappare = ciapèr / ciapèr; adirarsi = se inirèr / inarìres; affilare = guzèr / guzèr; far dei versi = zaighèr / zighèr; giovedì = jebia / zobia; zingaro = zinghen / zénghen…. Molte di queste parole sono identiche nel Veneto.


Queste forme, sia quelle antiche, testimoniate da iscrizioni e tavole, sia quelle moderne, riportate su lapidi e libri, si trovano scritte con molte varianti, com’è logico che sia, perché lo scrivano scrive il segno a seconda di come sente il suono: la sua lingua di riferimento infatti è la lingua parlata. È sempre stato così, ma ci sono professoroni che attribuiscono le oscillazioni grafiche di uno stesso termine a “errori del lapicida”. Con calma e buon senso Gino Bottiglioni, docente di Glottologia a Bologna (e studioso del dialetto bolognese), a proposito delle frequenti oscillazioni grafiche nelle Tavole Iguvine fra la rotata R e la dentale debole d, sostiene che lo scambio sarà da attribuire “ad una diversa impressione auditiva della rotata assibilata da - d -” (27). Il rotacismo della dentale, che porta i parlanti dell’Italia meridionale a dire “Maronna” e “père” anziché Madonna e piede, era già presente nell’Umbro antico: per questo le stesse parole sono incise nelle Tavole Iguvine a volte con il segno della d debole, a volte con il segno della erre.


Anche oggi, di fronte alle diverse grafie con cui troviamo scritte molte voci dialettali, c’è chi bacchetta lo scrivano: si scrive così e non così! Ma come si fa a stabilire un paradigma, se da Decima a Tivoli la pronuncia è diversa? Nemmeno i Romani ci riuscirono, nonostante Varrone, Seneca, Cicerone.. Nella famosa Appendix Probi c’è un lungo elenco di “si dice” e “non si dice” che sembra una specie di vocabolario della Crusca di allora. Ma i parlanti sono sempre stati restii a obbedire ai grammatici.


8. Arrivano i paradigmi ladini


I Ladini questo problema del paradigma se lo posero quasi duecento anni fa, quando erano fedeli sudditi austriaci, con Mircurà de Rü (28), un prete protestante che si propose “de crié n lingaz de scritura comun per duc i ladins”. La sua grammatica rimase però sempre solo un manoscritto, e solo 16 anni fa gli Istituti Culturali ladini hanno stampato la prima “Gramatica dl ladin standard” (SPELL 2001) nella cui prefazione Erwin Valentini scrive, ricordando Mircurà de Rü:


La publicazion de na gramatica dl ladin standard è dessegur la plu bela scincunda che i ladins pò ti fé encuei a si gran antenat (pag. 11).


Per dare un’idea dei problemi teorici che la creazione di un paradigma comporta, qui occorre scendere un po’nei dettagli. Le cinque vallate in cui si parla il cosiddetto Ladino dolomitico presentano differenze di pronuncia e di grafia che non impediscono la comprensione reciproca. I rapporti fra i parlanti avvengono normalmente, anche se la traduzione simultanea comporta un continuo e reciproco passaggio da un sistema all’altro. Se immaginiamo allora questi sistemi paralleli come sottosistemi di un sistema superiore (che non esiste nella realtà) possiamo decidere di costruire un lessico comune, teorico, e di scrivere un dizionario del Ladino standard al quale possono attingere Ladini e forestieri. Ma per portare a compimento questa operazione di costruzione di una forma unica che non esiste nella realtà, ho bisogno di riempirla di tanti termini che esistono e posso trovarli facilmente se utilizzo come punto di riferimento la parlata di una valle scelta da me (Mircurà de Rü scelse la Val Badia, che era la sua valle) e trasformo questa parlata nella base della lingua-modello che voglio creare. Se scrivo una grammatica e pubblico un dizionario del Ladino Standard, ecco che le parlate reali delle vallate si dovranno confrontare con quella lingua standard che non esiste in natura, e i parlanti dovranno scegliere se ignorarla, adottarla o scendere a patti con essa. Anche se non esiste in natura, nel momento in cui viene proposta come paradigma cessa di essere una lingua che non esiste, ed essendo scritta, esiste; cessa di essere un modello astratto e produce risultati concreti.


L’assunzione a paradigma di una delle parlate trasforma le altre parlate in lingue meno importanti, anche se molto simili. La soggettività dell’atto che sceglie una delle varianti possibili risponde ad una logica che non è tecnica, ma tutta politica. La prima evidente conseguenza è che inizia a venir meno la reciprocità del rapporto comunicativo; i parlanti delle altre vallate devono servirsi del Ladino standard nelle loro pratiche amministrative, nelle riviste e nei quotidiani, nei depliant turistici, e in generale in tutte le comunicazioni, non solo quelle rivolte all’esterno. Nasce una letteratura (nel senso più ampio, di produzione di testi scritti che rispondono ad una norma), e questa consolida e diffonde la lingua standard.


Paolo Ramat (29), nella sua “Introduzione alla linguistica germanica” (il Mulino 1996), si esprime in questi termini:


Il germanico comune è dunque un’astrazione scientifica, la somma delle informazioni indotte dalle lingue germaniche storicamente documentate, il punto di massima convergenza dove (tendenzialmente) si annullano le differenze interlinguistiche. È evidente che a questo prodotto del nostro procedimento ricostruttivo mancano molte delle proprietà che appartengono ad una lingua reale. Esso non presenta ad esempio nessuna stratificazione socio-linguistica che pure sarà certamente esistita nella concreta situazione storica  (….) Si è voluto individuare nella lingua delle più antiche iscrizioni runiche una specie di koiné letteraria per il fatto che in essa non compaiono differenziazioni dialettali notevoli… (pag. 21) [la sottolineatura è mia].


Si tratti di risalire attraverso un albero genealogico al modello di una ipotetica lingua-madre comune o si tratti di costruire un modello teorico per ridurre ad unità il molteplice, l’operazione introduce oggettivamente una logica gerarchica nei rapporti fra le diverse lingue o le diverse varianti.


Problemi analoghi nascono anche quando si costruisce un modello teorico per la lingua bolognese. Anche su questo tema per il quale non dovrebbe lasciarsi cogliere impreparato, qualche professàur sembra muoversi in modo piuttosto superficiale.  


9. L’ dsgrazi ‘d Bertuldèin dalla Zena


Non solo i Ladini si sono posti il problema della forma standard di un volgare comune. La questione attraversa tutte le lingue, antiche e recenti, nel momento in cui i grammatici tentano di mettere in ordine elementi disparati, diversi per funzione e significato, per suono e provenienza. Bisogna disporre di un sistema grafico per poter rappresentare i fonemi della lingua standard, e quindi occorre mettere in piedi una convenzione che stabilisce che a determinati suoni corrispondono determinati segni.


Fra azdaura e sdora, rasdoura e e arzdora occorre insomma scegliere una grafia e una pronuncia che trasformiamo in un paradigma. La scelta non risponde a valutazioni tecniche, ma a considerazioni di opportunità e di convenienza. Ad esempio: scegliamo come standard la lingua parlata a Decima, quella parlata all’Amola o quella di Castagnolo? Ogni decisione ha le sue motivazioni (per esempio: il numero dei parlanti, la maggiore o minore somiglianza con il Bolognese di città, la presenza di una letteratura locale), e proprio per questo i paradigmi proposti possono essere diversi.


Affermando, nella mia intervista al sindaco Pellegatti, che non esiste un progetto culturale di largo respiro, e che la tradizione e il dialetto possono essere usati sia per includere che per escludere, chiedevo su quale base veniva scelto uno standard, e dicevo: “Non è possibile fissare un paradigma, perché la lingua parlata varia di chilometro in chilometro”.


Nel suo intervento il Presidente della Consulta della Cultura, sbagliando nel tono e nella sostanza, scrive: “È falso affermare che non si possa creare un “paradigma” per scrivere in persicetano o in bolognese… tant’è che c’è già”. E qui non si capisce se non ha capito o se fa finta di non capire. Sappiamo tutti che c’è uno standard, anzi, il giovane professàur  sa bene che ce n’è più d’uno. La domanda era: “Quale standard sceglierete per i cartelli?” Ma al giovane Serra piace far pubblicità al suo standard:    


Da decenni si è affermato un sistema di scrittura unificata per tutte le parlate dell’area bolognese, elaborato a partire dall’ortografia tradizionale, semplice e rigoroso. Esistono un dizionario scientifico, una grammatica moderna, libri che affrontano i diversi ambiti del lessico, della fraseologia e della nostra cultura, dvd di cartoni animati 3D in bulgnais…


Già Giuseppe Maria Buini nel 1736, con “L’ dsgrazi ‘d Bertuldéin dalla Zena” aveva proposto un paradigma molto semplice, basato sulla grafia dell’Italiano. Ma la vulgata attribuisce la paternità del primo standard per il Bolognese a Claudio Ermanno Ferrari, che pubblica il suo vocabolario bolognese-italiano nel 1820; da allora fino al 2007 (Luigi Lepri e Daniele Vitali, Pendragon editore) si sono succedute decine e decine di opere, ognuna delle quali proponeva uno standard (30). Serra tuttavia è un poco miope. Lo standard adottato nel Dizionèri Bulgnaiṡ-Itagliàn  Itagliàn-Bulgnaiṡ è razionale e funzionale, perché riduce al minimo i segni diacritici. Ma gran parte degli autori che scrivono in Bolognese oggi (tiro giù dalla mia libreria i primi che mi capitano: Silvio Montaguti e Rino Battistini) (31) si limita a segnare gli accenti tonici e non fa uso di annotazioni diacritiche. La ragione è presto detta: sono autori che parlano in dialetto fin da piccoli, sono immersi nell’universo linguistico del Bolognese e si rivolgono a dialettofoni; non hanno bisogno di segni particolari su ogni parola, per leggere un dittongo o una S sonora, perché sanno bene come si pronuncia quella parola. La loro esperienza gli permette di leggere correttamente e di avvicinarsi al testo scritto con lo stesso atteggiamento con cui, se mi è permesso il paragone, gli arabi si avvicinano alle parole dei loro testi anche se questi annotano solo le consonanti e non le vocali.


Per gli uni e per gli altri, è l’esperienza a guidare la lettura; dietro la loro capacità di trasformare i segni nei suoni appropriati sta una cultura pragmatica, di conoscenza empirica del mondo della natura e di risoluzione di problemi concreti: una cultura materiale nella quale ogni attrezzo aveva il suo manico, e questo era fatto su misura per la mano che lo impugnava (32). Tutto il contrario di uno standard.


Gli autori del nuovo vocabolario edito da Pendragon conoscono bene tutta la problematica dello standard, e anche se offrono ai lettori un bolognese cittadino medio detto anche “moderno standard intramurari” (33), danno opportunamente conto anche delle varianti non standard, almeno nei limiti del possibile. Forse non hanno avvertito il giovane Serra. O forse, appena si è seduto sullo scranno di Presidente della Consulta della Cultura del comune di San Giovanni in Persiceto il professàur ha subito creduto di essere Menarini (che ebbe la laurea honoris causa per i suoi studi sul Bulgnàis) e ha indossato i panni del politico di carriera.


Ahimé! Sulla sincerità dei politici il Bulgnàis ha accenti spietati. Fra i modi di dire raccolti da Luigi Lepri (34) c’è anche questo:


 Chi dvanta Senatòur o Deputé


al pol pissèr a lèt e dir ch’l’ha sudè.


 


NOTE


(23). Mauro Cristofani, “Tabula Capuana, un calendario festivo di età arcaica, Hoepli 1995, pag. 120. Anche la nobiltà etrusca di Tarquinia, rappresentante di un mondo ormai declinante, gioca con gli aruspici la carta della profezia di tremende sciagure, se si sovverte l’ordine costituito. Vedi il frammento della Ninfa Vegoia (“Non essere bilingue. La profezia della Ninfa Vegoia”, in “Disavventure dell’archeologia. I comunisti delle terremare”, Pendragon 2011, pagg. 127 – 134) che si conclude con l’ammonizione: … neque fallax neque bilinguis sis. Disciplinam pone in corde tuo (= Non essere ipocrita né bilingue. Poni nel tuo cuore la tradizione etrusca). Il “bilinguismo” è tradimento….


(24). Carlo D’Adamo, “Il dio Grabo…” (cit.) e “Disavventure dell’archeologia”… (cit.)


(25). Per i quali rimando ai miei lavori “Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine” (ed. Gherli, 2004), “Disavventure dell’archeologia. I comunisti delle terremare” (cit.) e al sito www.tavoleiguvine.eu .


(26). Carlo D’Adamo, “Il nome della triglia, Anco Marzio e altri giochi di parole”, in “Disavventure dell’archeologia” , cit.


(27). Gino Bottiglioni (1887 – 1963), docente di Glottologia all’Università di Bologna, si occupò a lungo anche di dialettologia e coltivò lo studio della lingua bolognese. Il passo citato si trova nel suo “Manuale dei dialetti italici”, Patron 1954, pag. 83. In quel testo i “dialetti italici” sono le antiche lingue italiche, preesistenti al Latino, di cui Bottiglioni studia le iscrizioni.


(28). Mircurà de Rü era in Ladino il nome del sacerdote protestante Nikolaus Bacher (1789 – 1847), suddito austriaco di lingua ladina, che fin dal 1835 diffuse l’idea della creazione di un Ladino standard.


(29). Paolo Ramat, ordinario di Glottologia all’Università di Pavia, ha scritto  “Introduzione alla linguistica germanica” (Patron  1980) e numerosi altri saggi. Ha curato anche “La tipologia linguistica” (il Mulino 1976).


(30). Dopo il vocabolario del Ferrari (1820), con una serie di opere in dialetto bolognese pubblicate nel decennio successivo, Riccardo Masi e Antonio Chierici attuarono un vasto programma di unificazione grafica del dialetto. Ma già Giuseppe Maria Buini, compositore e autore di racconti e poesie, nel 1736 aveva pubblicato ‘L dsgrazi ’d  Bertuldèin dalla Zena con un paradigma molto semplice, che aveva come riferimento la grafia dell’Italiano. Seguirono nell’Ottocento i vocabolari di Giuseppe Toni (1850), Mariano Aureli (1851), Carolina Coronedi Berti (1869-1874), Augusto Gaudenzi (1889), ognuno con il suo paradigma. Nel Novecento ci sono i vocabolari di Gaspare Ungarelli (1901) e Pietro Mainoldi. Le scelte grafiche di Ungarelli sono poi perfezionate da Alberto Menarini nel 1964 con l’introduzione degli accenti  grave, acuto e circonflesso, e dei segni ä, å, ń, ś, ź. Questa grafia – che è dunque una delle proposte avanzate – viene definita “fonetica” ed ha il pregio di essere fedele a tutte le sfumature della pronuncia, ma non è semplice per la maggioranza dei lettori, a causa dei diversi segni diacritici. Pietro Mainoldi nel suo Manuale (1950) e poi nel Vocabolario (1964) raccomanda agli scrittori l’uso della grafia fonetica, ma con scarso successo. Silvio Montaguti (“Il dialetto bolognese del contado”, Castello di Serravalle 1997), non usa i segni diacritici, e per annotare s e z sonore le scrive in corsivo. Rino Battistini, poeta ed autore di racconti (è il traghettatore che ispirò Cesare Manservisi) usa soltanto gli accenti grave, acuto e circonflesso. Chi approfondisse la questione scoprirebbe che ogni poeta locale ha un suo standard, e che ogni vocabolario, per quanto utile e necessario, non può assolutamente render conto delle infinite varianti, nel tempo e nello spazio, della lingua parlata. Infatti non è questo il suo scopo.


(31) Rino Battistini ha scritto, fra tante altre cose, anche “Qual ch’armagna”, “La statua ed ram”, “Maternité”. A lui, poeta e traghettatore, si ispira la bella canzone di Cesare Manservisi “Al barcarol dal Trabb”.


(32).Per l’interdipendenza fra il sistema grafico utilizzato per rappresentare i suoni di una lingua e l’atteggiamento dei lettori, vedi anche “Il sistema fenicio e quello greco”, nella sezione “Nuovi articoli” del sito www.carlo.dadamo.name .


(33). Luigi Lepri e Daniele Vitali, Dizionèri Bulgnaiṡ Itagliàn  Itagliàn Bulgnaiṡ, Pendragon 2007, pag. III.


(34). Luigi Lepri, Voglio dirlo in dialetto, ed. Ponte Nuovo 1991, pag. 44.



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