Ex area Razzaboni, Terra dei Fuochi persicetana

'I giudici europei emettono sentenza contro l''Italia. Servono 15 milioni per la bonifica: tutti soldi nostri. La Razzaboni è fallita e i condannati prosciolti per prescrizione del reato.'

area discarica abusiva ex Razzaboni

area discarica abusiva ex Razzaboni

Redazione 16 gennaio 2015

'La Terra dei Fuochi è anche in Emilia-Romagna: in via Samoggia 26, a San Giovanni in Persiceto, nell''ex area Razzaboni, nella quale sono state abusivamente stoccate circa 16.000 tonnellate di rifiuti speciali provenienti da impianti di trattamento del centro e nord Italia, tra cui fanghi irrecuperabili risultati pericolosi. Nessuno pagherà per questo disastro ambientale: i 5 condannati in primo grado di giudizio, in appello sono stati “graziati” per prescrizione del reato. Il proprietario dell''area, Luca Razzaboni, non pagherà neanche i costi di bonifica, perché nel frattempo la sua ditta è fallita e non ci sono patrimoni da aggredire. Saremo tutti noi ad accollarci i 15 milioni di euro che occorrono per la bonifica. Non solo.
L''area ex Razzaboni è nell''elenco delle 196 discariche fuorilegge chiuse ancora da bonificare, per cui l''Italia rischia di pagare a caro prezzo il mancato rispetto delle regole comunitarie a tutela della salute e dell''ambiente: una multa forfettaria di 60 milioni di euro, più una multa di 158.200 euro al giorno fino a quando non sarà in regola. E'' questa la sentenza del 9 settembre 2014 da parte dei giudici europei a distanza di oltre dieci anni dall''apertura di questa procedura d''infrazione da parte di Bruxelles a carico dell''Italia.
I ritardi di Regione e Comune
Eppure la sanzione dei giudici europei non è un fulmine a ciel sereno. Lo sa bene la Regione che con l''ex assessore regionale all''Ambiente Sabrina Freda (Idv) nel 2012, con un ritardo di quasi dieci anni, finalmente finanzia la bonifica a San Giovanni in Persiceto dell''area privata Ex Razzaboni. Lo fa con una delibera, la n. 1512/12, in cui risulta esserci un “mero errore materiale” corretto addirittura due anni dopo con una nuova delibera, la n. 730 del 26 maggio 2014. Il progetto d’intervento di euro 3.604.902 però era condizionato all’acquisizione dell’area da parte del Comune, che con un ritardo considerevole rispetto alla “tabella di marcia” (nel cronoprogramma della Regione era previsto a giugno 2013) redige il decreto di esproprio il 14 giugno 2014, quindi ben un anno dopo i tempi previsti. Il 30 giugno 2014 il Comune di San Giovanni in Persiceto ha reso esecutivo il decreto di esproprio e con il versamento di una indennità di un euro, non accettata dal proprietario Luca Razzaboni, è entrato in possesso della Terra dei Fuochi persicetana, potendo così accedere ai 3.604.902 euro con cui avviare la bonifica dell''area.
Allarme per l''inquinamento delle falde
La posta in gioco dal punto di vista ambientale è alta. Trapela da esperti del settore che la prima falda a circa 6-10 metri è già stata contaminata, mentre la seconda falda a 30 metri sembra essere preservata, grazie allo strato di argilla impermeabile frapposto fra prima e seconda falda. Ipotesi che trova conferma nel report del Corpo Forestale che ha condotto l''indagine e che aveva lanciato l''allarme parlando di stato di potenziale contaminazione delle acque sotterranee e dei terreni di sedime dei fanghi. (Relazione Giove-Crescenzi pubblicato sulla Rivista SILVÆ - Anno VII n. 15/18). Il rischio maggiore è comunque l''infiltrazione del torrente Samoggia che scorre a pochi metri dall''area Razzaboni, le cui acque vanno a confluire nel Reno e poi in Adriatico, portando con sé gli eventuali carichi inquinanti. Un primo intervento di messa in sicurezza di emergenza, riferito ai soli fanghi sequestrati, è stato completato nel 2008 con fondi regionali, per un importo di 216.000 € circa, ma per lo smaltimento dei rifiuti accumulati e la messa in sicurezza del sito, è stimata una spesa di massima di 10-15 milioni di euro. {{*ExtraImg_145530_ArtImgRight_300x225_telone bucato}}Intanto la cosiddetta “messa in sicurezza”, cioè un telone fermato con file di copertoni, mostra già seri problemi: il telone è stato bucato in più punti dalla vegetazione spontanea che sta crescendo in cima e alla base della collinetta di ammasso dei rifiuti pericolosi. {{*ExtraImg_145531_ArtImgLeft_250x300_scarico che dalla Razzaboni porta ad un fosso in un campo coltivato}}
Inoltre esiste un tubo di scarico che parte dalla vasca di accumulo dei liquidi all''interno della ex area Razzaboni e porta direttamente al fosso di scolo di un campo agricolo coltivato.
Cinque condanne per traffico di rifiuti speciali pericolosi
Il Tribunale di Bologna nel 2009 ha impartito cinque condanne, dai tre anni e mezzo ai due anni e due mesi, e due assoluzioni. Questo l’esito del processo inerente il sequestro, a cura del Corpo forestale dello Stato di Bologna. Accolte quasi tutte le richieste del Pubblico Ministero, che tuttavia aveva richiesto maggiore rigore (5 anni di reclusione) nei confronti del proprietario dell’area di discarica.
Nello specifico Luca Razzaboni, titolare dell’azienda che stoccava illegalmente i rifiuti e considerato il responsabile del traffico, è stato condannato 3 anni e 6 mesi; a 2 anni e 2 mesi Ezio Magnanini considerato il consulente della Razzaboni; 2 anni e mezzo a Emilio Schenetti; 2 anni e 4 mesi Enrica Sassi; a 3 anni e 2 mesi Gabriele Borghi. Assolti invece gli altri due imputati, Andreino Calubini e Gianbattista De Giovanni.
Tutti dovevano rispondere di traffico illecito di rifiuti secondo il decreto Ronchi del ’97. Razzaboni anche di falsità ideologica e violazione degli obblighi di comunicazione, di tenuta dei registri obbligatori e dei formulari.
L''Operazione Moon Desert
Moon desert: così venne chiamata l’operazione mediante la quale il Nucleo Investigativo di polizia ambientale e forestale del Corpo forestale dello Stato di Bologna sequestrò, nel settembre 2001, un’area industriale sita in comune di S. Giovanni in Persiceto (BO), di proprietà della Società “L. RAZZABONI S.r.l.”.
Durante il processo, è emerso in maniera chiara il ruolo decisivo svolto nell''illecito ambientale da un consulente e dai responsabili di alcune società di trattamento rifiuti che hanno subito le altre quattro condanne, tutte di paragonabile gravità. Facendo risultare recuperabili, sulla carta, rifiuti speciali anche pericolosi che si sarebbero dovuti smaltire in discarica, gli imputati hanno realizzato ingenti o rapidi profitti derivanti tra la differenza tra il prezzo di smaltimento e quello di illecito recupero. (leggi [url"La Repubblica"]http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/10/14/la-banda-dei-rifiuti-tossici-veleni-sparsi.html[/url] del 14 ottobre 2004)
Sono 16.000 tonnellate di rifiuti pericolosi, tra cui amianto, provenienti dal Centro e Nord Italia, come si vede nella mappa. Tutto ciò è avvenuto in totale spregio dell’ambiente, dato il perdurante permanere abusivo sul suolo di ingenti quantitativi di rifiuti non recuperabili e pericolosi, con rischio di inquinamento del suolo, della falda acquifera e del vicino Torrente Samoggia. L’area, adibita a discarica abusiva, attende tuttora lo smaltimento dei rifiuti ivi depositati e la successiva bonifica, invano ordinate al proprietario da parte del Comune. Per tale motivo, il Giudice ha anche stabilito, in 239.000 euro, una prima quantificazione del danno che i responsabili dovranno corrispondere all’Amministrazione comunale, al Ministero dell’Ambiente e alla Provincia di Bologna. Tale valore dovrà essere quantificato in via definitiva nel separato giudizio civile.
Oltre al danno la beffa: tutti assolti in Appello per prescrizione
In appello tutti gli imputati vengono prosciolti per prescrizione del reato, non perché non hanno commesso il fatto. Hanno procurato un disastro ambientale, ma non pagheranno mai nulla né dal punto di vista penale, né per i danni commessi nei confronti dell''ambiente e di tutti noi. La quantificazione del danno stabilita dal giudice in 239.000 euro è totalmente irrisoria ed inadeguata rispetto ai 15 milioni di euro che serviranno per la bonifica. Oltre al danno anche la beffa.
Ora saremo tutti noi, attraverso i finanziamenti statali e regionali, che dovremo farci carico della bonifica dell''ex area Razzaboni, su cui l''Italia sta già pagando un conto salato per infrazione europea.
Come scrive Ernesto Crescenzi, vice Questore Aggiunto Forestale, nella sua relazione:
"La Società Srl, nel frattempo fallita, non ha adempiuto né alle reiterate ordinanze emesse dal Comune per lo smaltimento dei rifiuti, né alla messa in sicurezza del sito, da classificare inquinato/contaminato secondo gli approfondimenti effettuati dal Comune e dall’ARPA.
A seguito di studi e monitoraggi, è stata effettuata a spese pubbliche solo una prima operazione di messa in sicurezza di emergenza del sito. È senz’altro fonte di riflessione il confronto tra l’ingiusto profitto conseguito dai trasgressori, l''inesistente pena ricevuta ed il gravissimo danno arrecato all’ambiente: una recente stima di larga massima per lo smaltimento di rifiuti ancora presenti nella discarica si attesta sui 10-15 milioni di euro.
Attualmente i costi del ripristino riguardanti l’area confiscata ed interessata da abnormi quantità di rifiuti speciali pericolosi ed inquinanti (circa 16 mila tonnellate), insistono sulla collettività poiché non è più possibile aggredire le risorse finanziarie dei soggetti responsabili in quanto, nelle more del procedimento penale, falliti.
Al danno ambientale prodotto si è quindi aggiunta la beffa dei costi della messa in sicurezza, della bonifica e del ripristino dello stato dei luoghi che però non sono stati ancora realizzati".'

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