Discarica Ex Razzaboni. La Forestale: "Chi inquina rimane impunito"

'Intervista a Ernesto Crescenzi, l''ufficiale protagonista dell''inchiesta: "In pochi casi si arriva alla condanna e non c''è alcun deterrente effettivo per i reati ambientali"'

Il Corpo Forestale durante le indagini alla ex Razzaboni

Il Corpo Forestale durante le indagini alla ex Razzaboni

Redazione 21 ottobre 2014

Quale grado riveste Lei oggi nel Corpo Forestale e di cosa si occupa
prevalentemente?
Vice questore aggiunto forestale, in servizio presso il Comando Regionale del Corpo Forestale dello Stato di Bologna.
Quale grado rivestiva nel 2001 e di cosa si occupava prevalentemente?
Ufficiale del Corpo Forestale dello Stato.
Perché decideste di chiamare MOON DESERT l''operazione che portò al
sequestro dell''area di stoccaggio abusivo di materiali pericolosi?
L''aspetto della zona di terreno dove erano stati deposti i fanghi, al momento del sequestro, ricordava un desolato paesaggio lunare.
Come vi accorgeste che nel deposito autorizzato per inerti venivano
stoccate sostanze tossiche che avrebbero dovuto avere un trattamento tutto
particolare?
Tutto iniziò da un controllo di iniziativa del Corpo Forestale dello Stato, a seguito del quale vennero effettuati ulteriori approfondimenti. Il giorno 19/09/2001 ci recammo presso l''impianto per una verifica approfondita, a seguito della quale, avendo ipotizzato dei reati in tema di illecita gestione di rifiuti, sequestrammo la porzione di impianto nella quale venivano stoccati alcuni dei rifiuti speciali-fanghi industriali (circa 16.000 tonnellate di fanghi sequestrati). Successivamente, a seguito di delega del Pubblico Ministero della Procura della Repubblica di Bologna, il sostituto Antonello Gustapane, noi insieme al Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Bologna, da un lato, con verifiche cartacee risalimmo alla catena di responsabilità in tema di illecita gestione di rifiuti e dall''altro, grazie all''ausilio dell''ARPA di San Giorgio di Piano, il cui personale era già intervenuto presso l''impianto il giorno 19/09/2001, effettuammo delle analisi dell''intero cumulo di rifiuti. Furono tali analisi a confermare il sospetto che, oltre a non essere recuperabili per vari motivi, tra cui in alcuni casi la provenienza (da impianti i cui rifiuti per legge non potevano essere avviati a recupero), l''intero cumulo di fanghi industriali fosse anche un rifiuto speciale pericoloso. Di lì si fecero ulteriori approfondimenti, che portarono a ravvisare tra gli altri il reato di organizzazione di traffico illecito di rifiuti, oggi previsto dall''art. 260 del D.Lgs. 152/2006 (all''epoca dall''art. 53-bis del D.lgs. 22/97). Ne sono seguite, nel 2009, cinque condanne per tale reato (e due assoluzioni) impartite in primo grado dal Tribunale di Bologna.
Quali materiali inquinanti furono trovati in quella discarica?
Alcuni elementi chimici pericolosi, la cui concentrazione rendeva pericoloso l''intero cumulo di rifiuti speciali (copia dell''analisi chimica del campiore rappresentativo del cumulo sequestrato può forse essere ottenuta dal Comune). Per la presenza di tali elementi chimici informammo gli Enti (anche tramite l''ARPA, che ha seguito le operazioni di messa in sicurezza di emergenza) che era opportuno verificare lo stato della falda freatica sottostante. Il Comune nel tempo ha effettuato nell''area, oltre ad ordinanze di smaltimento e di bonifica a carico del trasgressore, delle operazioni di messa in sicurezza di emergenza.
Attraverso quali passaggi l''organizzazione che faceva confluire in
quell''area fanghi tossici e altre sostanze nocive tentava di far perdere ai
rifiuti la loro tracciabilità?
Le verifiche documentali incrociate sono state lunghe complesse ed hanno mostrato che alcuni dei rifiuti-fanghi sequestrati non erano recuperabili per provenienza da impianti di trattamento di rifiuti, i cui rifiuti (prodotti dagli stessi impianti di trattamento) per legge non potevano essere avviati a recupero (alcune delle persone condannate in primo grado erano legali rappresentanti di questo tipo di impianti); in altri casi, rifiuti che i produttori avevano inizialmente avviato a smaltimento, giunti presso un primo impianto di stoccaggio intermedio, ripartivano poco dopo con un nuovo formulario rifiuti alla volta dell''impianto di San Giovanni in Persiceto, con destinazione su carta al recupero, ma scortati da analisi che, nella maggior parte dei casi, non erano idonee a garantirne la recuperabilità secondo quanto previsto dal D.M. 5/2/98 (le analisi erano in genere le stesse della partenza, ad esempio analisi che indicavano in quale categoria di discarica stoccare il rifiuto).
Perché le condanne dei responsabili di quel grave danno ambientale non
furono confermate in appello?
Premetto che già nel 2007 il Tribunale di Bologna aveva dichiarato la prescrizione dei reati contravvenzionali (gestione illecita di rifiuti pericolosi e non pericolosi, discarica abusiva) ravvisati a carico di circa 60 persone coinvolte (produttori dei fanghi industriali - impianti di stoccaggio intermedi). Restava in piedi quasi solo la contestazione del delitto di organizzazione di traffico illecito, che ha un tempo di prescrizione più lungo, a carico di un più limitato numero di persone. Dopo la condanna in primo grado (2009) di cinque di tali persone, in appello anche il reato delitto più grave ravvisato a loro carico (organizzazione di traffico illecito di rifiuti), unico rimasto in piedi, è risultato prescritto.
Perché il costo della bonifica di quell''area dovrà essere sostenuto dal
Comune e sarà quindi addossato alla comunità?
Presumo che non sia stato possibile, probabilmente, aggredire patrimoni dei trasgressori in quantità sufficiente a coprirne le spese.
Le risulta che siano state effettuate analisi sulle acque delle falde sottostanti?
Mi risulta che il Comune, con l''ausilio dell''ARPA, abbia attuato un approfondito piano di monitoraggio anche della falda e previsto in qualche modo un piano di messa in sicurezza di emergenza (non definitiva), che in parte dovrebbe essere stato anche attuato.
Quali conclusioni Lei ha ricavato da quell''esperienza?
Nonostante un impegno notevole profuso, mi è rimasta l''impressione di una forte inefficacia/inefficienza della normativa ai fini dell''idonea sanzione dei responsabili ed ai fini del recupero delle spese a favore dell''erario, soprattutto a causa dei tempi troppo brevi in cui interviene la prescrizione di tali delitti ambientali. L''attuale normativa rischia di salvare tutti (i trasgressori), tranne uno (l''intera Comunità colpita): oltre al danno (ambientale), la beffa (erariale).
Inoltre gli accertamenti dopo il 2001 sono durati (sotto la direzione del Magistrato Pubblico Ministero competente) circa due anni, fino al 2003, per la loro grande complessità e per il numero notevole di filoni, società e personaggi a vario titolo coinvolti (in relazione, generalmente, a reati contravvenzionali meno gravi); successivamente alla conclusione delle indagini preliminari (2003), sono iniziate le attività di controdeduzione delle memorie difensive dei diversi indagati, gli interrogatori. Dal punto di vista della procedura penale, tenuto conto della complessità delle indagini ed accertamenti incrociati, ho l''impressione che i tempi di tali attività difficilmente potessero essere più brevi.
Va osservato anche che in quegli anni, pur avendo sequestrato l''area nel 2001, il mio Nucleo e'' rimasto fortemente impegnato ad operare a lungo tale faccenda, senza poter intraprendere altre analoghe attività di un certo respiro.
Mi è rimasta un''impressione profonda (come in altri casi) della serietà e competenza con la quale il giudice ha fatto svolgere il dibattimento, nel quale ho testimoniato per due giorni, e penso che la sentenza di condanna redatta dal giudice rappresenti un testo che sarebbe importante leggere e far leggere, per capirne un po'' di più, di questa faccenda in particolare, ma anche di come "funzionano" alcuni di questi illeciti in generale.
Un processo lungo e alla fine i reati sono passati in prescrizione
Il dibattimento (processo) è stato fissato nel 2009, sei anni dopo la conclusione delle indagini preliminari (2003). Ho anche l''impressione che in Emilia-Romagna il numero di condanne per organizzazione di traffico illecito di rifiuti impartite dai diversi Tribunali non sia elevato. E'' da chiedersi se l''esito finale dei relativamente pochi casi in cui temo si arrivi a condanna, esito che in questo caso ha lasciato in appello assolti i trasgressori individuati per prescrizione, possa davvero costituire un deterrente adeguato a prevenire ulteriori illeciti di tale grave entità. Come già sopra osservato, salvo trovare, come auspicabile, un sistema per accorciare i tempi dei processi, una soluzione potrebbe forse essere quella di allungare i tempi della prescrizione dei reati ambientali, fino a quando permangono i relativi effetti pericolosi e dannosi, per assenza di un''adeguata bonifica.
Quale potrebbe essere un sistema efficace per assicurare i colpevoli alla giustizia?
L''unico sistema (che noi nel settembre 2001 non attivammo, perchè il delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti era stato istituito da pochissimo, nel maggio 2001) per poter mettere sotto maggiore pressione i trasgressori sembra quello di ricorrere all''uso di mezzi invasivi (tipo intercettazioni). Alcune indagini in altre regioni, nelle quali ci si è avvalsi di tali mezzi, hanno portato all''arresto dei responsabili, il che sembra poter forse costituire, non solo un deterrente, ma forse anche un sistema idoneo a suscitare nel trasgressore una maggiore disponibilità - operosità all''ottemperanza alle ordinanze di smaltimento/bonifica a proprio carico.'

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