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Politica

Licenziate perchè portano il velo: ecco perchè la sentenza Ue è razzista

Che senso ha la brutta sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che sostiene il diritto delle imprese a licenziare le donne che portano il velo in azienda?

CARLO D'ADAMO
giovedì 16 marzo 2017 20:30

Che senso ha la brutta sentenza 14/03/2017 n° C-157/15 della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che sostiene il diritto delle imprese a licenziare le donne che portano il velo all'interno dell'azienda? La sentenza, rigettando i ricorsi di due donne musulmane, licenziate per lo stesso motivo, una in Belgio ed una in Francia, ha negato il reintegro e ha giustificato il licenziamento. La sentenza del 14 marzo è squallida o, se preferite, razzista, sessista, ipocrita e falsamente garantista; usando un linguaggio che in superficie sembra political correct porta avanti in profondità una linea reazionaria e ultraliberista. Proviamo a riflettere.

PREMESSA. La CGUE (Corte di Giustizia dell'Unione Europea) è formata da 28 membri nominati dai governi degli stati europei aderenti all'Unione, e da 11 avvocati generali, scelti dai governi, e quindi dai partiti, per la loro affidabilità. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di professori universitari, avvocati con grande esperienza, giudici che hanno alle spalle una lunga carriera: requisiti che però non sono sempre una garanzia di indipendenza. In qualche caso i governi nominano personaggi discutibili, provvisti di una laurea "honoris causa" concessa da qualche università privata (che può dare incarichi di docenza a chi vuole), o magari, personaggi in possesso di un curriculum autoprodotto.

Se scendiamo nel merito nella sentenza, le contraddizioni esplodono come petardi.

Vietare il velo non discrimina direttamente, perché tutti i segni visibili di appartenenza politica o filosofica o religiosa sono vietati, sostiene con una buona dose di ipocrisia la CGUE. Ma nel caso che il divieto comporti uno svantaggio per chi aderisce a una determinata religione o ideologia [ad esempio, potremmo suggerire, gli ebrei, i comunisti, i musulmani, i Rom, quelli della Fiom], allora "può costituire una discriminazione indiretta".
Ma la discriminazione indiretta può essere giustificata oggettivamente come "il perseguimento di una finalità di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti", purché, beninteso, i mezzi impiegati per questa legittima discriminazione siano "appropriati e necessari".

Una sintesi brutale ma realistica dei cavilli della CGUE può essere la seguente: Vietare il velo dentro l'azienda non discrimina le donne musulmane, perché sono vietati tutti i segni religiosi e politici; però può discriminarle più di altre persone, perché il divieto comporta uno svantaggio, in pratica, solo per le donne musulmane.
L'azienda però può giustificare la discriminazione, anche se comporta uno svantaggio solo per le donne musulmane, sostenendo che la discriminazione dei dipendenti è necessaria per dare ai clienti un'immagine di azienda che non discrimina.. Anche se non c'è un regolamento scritto, il diritto di licenziare chi non si adegua rimane. Quindi il padrone può licenziare chi vuole, quando vuole, come vuole: da questo punto di vista, tutti i dipendenti sono uguali, quindi non c'è discriminazione. Insomma, discriminare si può, a patto che non sia discriminatorio, ma solo discrezionale.

Perché giuristi esperti e capaci abdicano alla propria intelligenza fino al punto di sembrare stupidi come il polacco Kowin-Mikke? Perché con queste ridicole argomentazioni, redatte con spudoratezza e nessun senso del ridicolo, rinunciano anche alla propria dignità di esseri umani?

Il fatto è che in passato la CGUE ha esaminato altri ricorsi di donne licenziate per l'esibizione del loro segno di fede: uno era stato inoltrato da una presentatrice televisiva di Oslo, licenziata dalla televisione, su richiesta della comunità musulmana, perché ostentava una collana con un pendente a croce; l'altro era stato inoltrato da una hostess inglese, sospesa dal lavoro dalla British Airways perché si era rifiutata di coprire la sua collana con un piccolo crocifisso. Giustamente i ricorsi erano stati accolti, le società erano state condannate e le donne licenziate perché discriminate erano state reintegrate sul posto di lavoro.

Perché per la CGUE vietare la croce è discriminatorio e vietare il velo no?

Sembra che i nostri giuristi vogliano solleticare il leghismo diffuso, gli integralismi rinascenti, le banalità sulle "nostre radici", sulla "nostra identità", sulla "nostra cultura", e per questo facciano l'occhietto a tutti i Kowin-Mikke di passaggio. Per giustificare il razzismo diffuso si scrivono banalità come "il crocifisso fa parte della storia del mondo". Questo è vero, ma anche il velo fa parte della storia del mondo; e anche la kippa fa parte della storia del mondo. O crediamo che il mondo sia la cerchia ristretta dei simili a noi? quelli che frequentano il nostro bar?

Sono lontani i tempi in cui Berlinguer, rispondendo a una sollecitazione di monsignor Bettazzi, allora vescovo di Torino, scrisse che pensava a uno Stato "laico e democratico, come tale non teista, non ateista e non antiteista", che, tradotto in italiano, significa laico nel senso ampio del termine, cioè non confessionale, che rispetta tutte le diverse opinioni e religioni, senza privilegiarne nessuna e senza discriminarne nessuna.
Ciò significa, coerentemente, che l'esercizio della democrazia non deve andare nella direzione della esclusione di gruppi etnici o religiosi, politici o culturali, ma nella direzione della loro inclusione. In altri termini, non è con la riduzione dei diritti di alcune categorie di cittadini che la democrazia avanza, ma con l'allargamento dei diritti. Per questo la sentenza della CGUE è profondamente sbagliata. Per questo i giuristi della Corte fanno finta di essere stupidi perché non rappresentano solo se stessi, ma una serie di governi razzisti in un'Europa piena di muri e di sciovinismi, di destre reazionarie e di populismi.
È questa l'Europa?