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Cultura

I reportage di Vellani Dionisi dalla guerra di Russia

La misogenia nelle corrispondenze dal fronte di guerra russo al Resto del Carlino: "La sua faccia è talmente virile che ci si stupisce come in prigionia non le sia cresciuta la barba".

LUIGI PASELLI
martedì 31 gennaio 2017 20:34

Franco Vellani Dionisi a destra
Franco Vellani Dionisi a destra

Malgrado il fallimentare bilancio del nostro esercito nel primo anno di guerra, nel luglio 1941 Mussolini ebbe l'idea nefasta di dichiarare guerra anche all'Unione Sovietica, e ai militari del Corpo di spedizione italiano in Russia si unirono i corrispondenti dei più importanti quotidiani, per narrare le gesta dei valorosi soldati del Fascio. Il Resto del Carlino mandò Franco Vellani, suo collaboratore dal 1931. Vellani era nato a Bologna nel 1905 e aveva conseguito il diploma di perito agrario a Brescia nel 1925, anno in cui fu riformato alla visita di leva per nevrastenia: così dice il foglio matricolare. La malattia nervosa però non gli aveva impedito di "sposare ancora adolescente la causa del Duce", come scrive Mario Marzetti, segretario dell'addetto militare all'ambasciata italiana di Budapest, "battagliando nella sua Modena per schiacciare il mostro bolscevico".
Scoperta la sua vena giornalistica, Franco Vellani iniziò la collaborazione a una serie di fogli minori, firmandosi fino alla morte con l'aggiunta del cognome materno Dionisi. Ignoriamo le vicende che lo legarono sentimentalmente a Ettel, una ragazza ungherese, ma questa unione segnò l'inizio di un suo profondo interesse per la letteratura e la storia magiare, che negli anni lo portò a tradurre le migliori opere della letteratura ungherese, nonché a pubblicare due volumi di saggi. Dal 1931 al 1939 fu a Vienna, corrispondente del Carlino e del Popolo d'Italia, e federale del Fascio locale; poi a Budapest, che lasciò per arruolarsi volontario in due riprese per i fronti balcanico e greco, dove si distinse come capomanipolo della Milizia nella controguerriglia, meritando due medaglie di bronzo.

Le corrispondenze dal fronte ucraino

La prima corrispondenza di Vellani Dionisi dal settore ungherese del fronte ucraino, che apparve sul Carlino del 20 luglio 1941, si distingueva per un buon livello letterario e per la sgangherata propaganda antibolscevica; i prigionieri e i civili russi sono "scorie umane che hanno sul volto l'impronta di un bestiale abbrutimento causato dal regime comunista: l'allucinazione, il delirium tremens della razza slava che è il bolscevismo, strumento degli ebrei". L'incontenibile avanzata delle truppe italiane porta alla luce, secondo Vellani Dionisi, i crimini del nemico: "I cadaveri semiarsi dei giustiziati della Ghepeù, che aveva eletto a sua sede l'ex chiesa ortodossa, osservati dai medici reggimentali hanno denunziato i segni di torture che la mente umana si rifiuta di accogliere. Gente scorticata viva, persone arse vive, donne squartate (...) Ad un uomo le dita sono state affilate come altrettante matite.. (.) Il Terrore della Rivoluzione francese fu una festa campestre in confronto al regime bolscevico".
In un articolo dalla Galizia Vellani Dionisi sottolinea che il maggior guaio di questa regione è consistito nell'essere "territorio di colonizzazione ebraica; gli ebrei erano la potenza numero uno: vi erano giunti come scarafaggi perseguitati, neri, curvi, con un fagottino e molte cimici; pochi, pochissimi anni dopo li ritrovavate grassi, con due o tre nazionalità in saccoccia, potenti, dietro grossi scrittoi tra segretarie e telefoni, milionari, chissà come, con mogli elegantissime e figlie proiettate nel gran mondo: miracoli".

Articoli misogeni sulle donne bolsceviche

In una corrispondenza pubblicata dal Carlino il 7 agosto 1941 con il titolo "Incontro con la donna bolscevica in un campo di prigionieri" si tocca però il fondo. È un testo abominevole, il più malvagio del genere che ci è capitato di leggere. Già all'entrata nel campo Vellani Dionisi ha la sensazione di trovarsi in un manicomio: "le stesse facce di invasati, di idioti, di schizofrenici, di attoniti, di criminali, di ispirati e di perversi, un vero campionario lombrosiano". Ma al peggio non c'è limite: "E le donne! C'è da domandarsi se mai più ci sarà possibile incorrere in peccato d'amore. Le chiamano amazzoni, e si capisce benissimo perché avessero tanto effetto sui nemici le antiche guerriere della furente Pentesilea. Scarmigliate, truci e gelide, occhi fissi di ossesse, bocche malvagie bestemmiatrici, le Gorgoni mitologiche erano certamente affascinanti al loro confronto. Sudici sono tutti i prigionieri russi, ma le donne guerriere lo sono particolarmente, proprio per partito preso, per l'odio verso ogni 'debolezza femminile'. Il loro sentore è insopportabile". A questo punto l'autore ci fa dono di una perla di genetica: "Metteteli insieme, questi dementi e queste ossesse, e dal loro libero amore programmatico avrete un prodotto che vi dirà qual era la Russia che si preparava a conquistare il mondo al suo imperialismo, tenuta per le redini dall'internazionale ebraica. C'è da inorridire al solo pensarci, ma poco che aspettassimo il rischio lo avremmo corso. Metteteli insieme, dicevo: ebbene, nel campo di concentramento di N., dietro le rovine di certi capannoni militari, c'è una coppia che si è ritrovata, ed è proprio essa che mi ha dato lo spunto (.) Lei è più alta di lui, il che non vuol dire che sia un colosso. Larga di testa, stretta di spalle, abbondante di anche. La sua faccia è talmente virile che ci si stupisce come in prigionia non le sia cresciuta la barba. Capelli color topo, lunghi, diciamo come quelli delle maschiette che agognano a Cinecittà, ma a ciuffi lisci, cadenti, aridi, da strega, le vengono giù sotto un berretto a visiera e fanno pensare con tristezza all'esistenza dei pettini. Sotto la giacca a camicetta ha i seni grossi, ed è anche questa un'aberrazione, come le sottane che porta. Le amazzoni antiche, almeno, di seni ne avevano uno solo; l'altro se lo bruciavano per poter meglio tirare d'arco. La femmina ha gambe polpacciute, muscolose, un po' arcuate, di pretto tipo russo. Ma quello che non dimenticherò sono gli occhi, i più sfacciati e grifagni che abbia mai visto. Occhi che ti sputano addosso".

Scaramanzia e pregiudizio

Il fascistissimo e virile Franco Vellani Dionisi da vero italiano sedicente cattolico è anche molto superstizioso: "Nel parlarle, con l'aiuto dell'interprete, faccio segreti scongiuri; segreti non tanto per rispetto umano, quanto perché se quella se ne accorge e mi fa un pensierino, il meno che mi possa capitare è un piccolo incidente di volo, nel pomeriggio". A questo punto il Nostro si concede una breve digressione su questa coppia sovietica: "due tipici esemplari della Russia industriale, divenuti coniugi dopo essersi conosciuti in una fabbrica e aver deciso di alloggiare in comune - masserizie, parassiti e corpi - con altre tre famiglie, in un solo stanzone di una casa di Kiev. Hanno avuto anche il coraggio di procreare, ma non quello di badare alla prole. Hanno un figlio, chissà dove. La donna se ne disinteressa. Dice che la vera madre di suo figlio è Stalin. La madre coi baffi". Mentre l'uomo risponde alle sue domande e "si gratta, con una specie di gravità da beccamorto", la moglie "non lo ascolta e non lo guarda nemmeno. Chissà come lo picchiava, a casa sua. In fondo, non hanno nulla di speciale, se non questa qualità, di essere due 'casi' di autentico sovietismo. È più convinta lei di lui, almeno all'apparenza; infatti, quando offro ai due - uno a testa - due pacchetti di sigarette che ho portato meco apposta, la femmina allunga la mano e (quel che è tuo è mio) si appropria d'autorità anche della parte del marito. Ne segue una scena scimmiesca, la donna fa il muso selvaggio e l'uomo piange. Ripeto, come al manicomio. Questi sono i bolscevichi. Non ho voluto sapere il nome di battesimo della virago. Pensate che avrebbe potuto chiamarsi Maria!
Quando sono uscito dal campo di concentramento avrei voluto fare un bagno speciale, un bel bagno dell'anima. Sarebbe forse bastato uno sguardo di donna, un vero sguardo di una nostra donna, a purificarmi".

Medaglia d'oro al valor militare

Quella che nei folli progetti di Hitler doveva essere la più grande operazione militare della storia stava per concludersi con una disfatta davanti a Stalingrado, in una battaglia che sarebbe durata dal 17 luglio 1942 al 2 febbraio 1943. Italiani e ungheresi, gli uni di fianco agli altri, erano schierati sul fiume Don a protezione difensiva. Il 10 agosto 1942 Vellani Dionisi raggiunse la prima linea con i colleghi ungheresi e si offrì di assumere il comando di un reparto d'assalto, il cui comandante era rimasto ferito; il 15 seguente trascinò i suoi uomini all'attacco. Riprendendo la notizia da un giornale di Budapest, il "Carlino" del 25 settembre raccontò come era caduto:
"Venne fornito di una divisa ungherese per non attirare l'attenzione del nemico. Vellani però non volle il fucile: 'Basteranno - disse - la pistola automatica e le bombe a mano. Il fucile ingombra'. Colpito, spirò mentre veniva trasportato nelle retrovie. Lo rivestirono della sua divisa, gli misero in tasca una fotografia della moglie, e sul petto una piccola croce che gli avevano trovata indosso. Venne sepolto con gli onori militari in terra russa. Sulla tomba fu posto l'elmetto con il suo nome: e la fossa fu cosparsa di fiori di campo".
L'azione gli valse la medaglia d'oro al valor militare, ma di Franco Vellani Dionisi e delle sue opere oggi si è perso il ricordo.