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Cultura

Tra gli italiani caduti in Spagna fu l'unico con tombino con lapide, in Italia no

Le vicissitudini della lapide di Mario Fabbriani, ex podestà di Sasso Marconi durante il Ventennio e medaglia d'oro nella guerra di Spagna.

LUIGI PASELLI
domenica 18 dicembre 2016 12:22

L'articolo del Carlino sulla lapide negata a Mario Fabbriani
L'articolo del Carlino sulla lapide negata a Mario Fabbriani

Un caro amico che va per mercatini e con me condivide la passione per la guerra civile spagnola mi ha donato un paio di cimeli che riguardano il caduto fascista Mario Fabbriani: un bozzetto a matita scala 1:5 di una lapide e un opuscolo commemorativo, distribuito presumibilmente durante la scopertura della stessa. Nel riporli insieme con il materiale che lo riguarda ho riesumato un articolo del "Carlino" del 2010 che a suo tempo mi colpì per l'anonimato - malgrado occupasse con le foto mezza pagina - e per il tono revanscista: "Eroe di guerra e podestà. Ma Sasso Marconi non vuole ricordare. Resse il Comune nel ventennio: nessuna targa", e ne ho approfittato per rileggerlo con calma.

L'articolo del Carlino

L'esordio è perentorio: "Ogni epoca ha i suoi eroi e antieroi. Poi il vento cambia e i ruoli si invertono. Infine arriva la giustizia del tempo, lenta ma inesorabile, e la storia diventa verità. Emblematico è l'esempio Mario Fabbriani, che fu fra l'altro podestà di Sasso Marconi durante il 'ventennio' e unico sassese ad aver guadagnato la medaglia d'oro al valor militare". Segue un breve peana per questo uomo, nato nel 1886, fervente nazionalista, poi fascista, figura emblematica di un trentennio di combattentismo bolognese, che prese parte a tutte le guerre saltando con rammarico quella d'Etiopia e cadde combattendo sul fronte d'Aragona alla fine di settembre del 1937, divenendo subito l'eroe bolognese più celebrato di questa infausta campagna bellica. Vegliato da un picchetto militare nell'ospedale di Zuera, dove si spense e nel cui cimitero ebbe la sua prima sepoltura. Accompagnato al camposanto dai più alti ufficiali della Divisione e dalla banda militare, fatta venire appositamente da Saragozza, fu l'unico caduto - come scrive lo storico spagnolo Dimas Vaquero Peláez - sepolto in un tombino con lapide: "una vetrina di cristallo contenente le bandiere italiana e spagnola e fiori con i colori delle due nazioni. Sul marmo nero era inciso lo scudo reale con due fasci laterali dorati".

L'eroe fascista dimenticato

"Al termine della seconda guerra mondiale il vento mutò" scrive l'articolista, "e di Mario e della sua storia si cercò in tutti i modi di cancellare il ricordo. La lapide che lo ricordava apposta sull'edificio comunale di Sasso Marconi è stata divelta e se ne è perso traccia e ricordo", perciò ben venga il nostro bozzetto che differisce leggermente nel testo da quello riportato nel "Carlino", nella cronaca della solenne cerimonia per lo scoprimento svoltasi il 4 agosto 1940. In quella occasione, il consigliere nazionale del Pnf Angelo Manaresi durante la sua appassionata orazione rinnovò "le indimenticabili giornate del 1919-1920-1921: spedizioni nei centri più rossi in piccoli nuclei; combattimenti ineguali con masse inferocite e, alla sera, il ritorno alla piazza del paese, vincitori di tutti gli agguati, gridando alto nel cielo il nome di Mussolini".

Il cordoglio del parroco

A questo punto l'autore dell'articolo inserisce un virgolettato: "Siamo stati a visitare la tomba di Mario Fabbriani con i parenti del decorato in occasione di un pellegrinaggio a Lourdes - racconta don Dario Zanini - e con compiacimento abbiamo notato che di fronte alla morte, almeno in Spagna, non si erano fatte distinzioni: erano vicini i militari italiani caduti, dell'una e dell'altra parte. Rimanemmo avviliti invece per alcuni colpi di scalpello che si vedevano sul marmo della tomba di Mario". Lodevole lo spirito del sacerdote, parroco di Sasso Marconi, noto per le sue aspre polemiche con i partigiani di Marzabotto e spentosi lo scorso anno, che ad una veneranda età si accolla 560 chilometri (fra andata e ritorno) attraverso i Pirenei; legittimo il suo rammarico per la profanazione, ma per "scalpellare" occorre un martello ed è poco verosimile che uno si porti dietro questo armamentario per tale bisogna; trovo più semplice ipotizzare che un congiunto dei 385 antifascisti (i fascisti sono 3.799) sepolti, memore delle patriottiche manganellate distribuite a suo tempo da Fabbriani, abbia voluto lasciargli un ricordo graffiando la lapide con le chiavi che aveva in tasca.

La conclusione

La conclusione dell'articolo svela la ragione per cui è stato pubblicato: "Anche recentemente la riluttanza a parlare di lui è riaffiorata con il rifiuto della rivista storica locale Al Sas di ricordarlo con la pubblicazione di un articolo sulla sua medaglia d'oro". È triste che l'articolista ignori o finga di ignorare che cosa fu la partecipazione fascista alla guerra di Spagna; un conflitto nel quale Mussolini entrò di prepotenza per difendere, diceva, la civiltà cristiana dal bolscevismo; una guerra mai dichiarata e ipocritamente tollerata dalle altre potenze che si definivano democratiche: qual è allora la negazione della storia che diventa verità? Qual è l'esempio da seguire oggi alla luce di questa medaglia d'oro? Con una sinistra che ha imboccato nel mondo una deriva penosa e i nazionalismi che si trasformano in cancri inestirpabili occorrono messaggi meno eroici ma più umani.