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Cultura

Riccardo Parisi, l'uomo che per tre volte salvò Bologna

La storia di Riccardo Parisi, il vicecommissario che per tre volte salvò Bologna dopo l'8 settembre 1943.

CARLO D'ADAMO
sabato 26 novembre 2016 10:22

Un momento della Commemorazione di Riccardo Parisi (foto William Pedrini)
Un momento della Commemorazione di Riccardo Parisi (foto William Pedrini)

La città di Bologna deve ringraziare tre volte il vicecommissario Riccardo Parisi. Lo deve ringraziare per aver messo in piedi una struttura di intelligence che fra l'8 settembre 1943 e il 21 aprile 1945 contribuì in modo determinante alla lotta di liberazione e dopo il 21 aprile permise di rintracciare e arrestare numerosi torturatori fuggiti da qui, di riportarli a Bologna e di consegnarli alla magistratura. Bologna deve ringraziare il commissario Parisi per avere ideato e scritto l'ultimatum, accettato il 20 aprile 1945 dal Comando militare tedesco, che salvò la città dal sabotaggio dei ponti e delle strutture. Bologna deve ancora ringraziare Parisi per aver occupato, all'alba del 21 aprile 1945, i locali della Questura ormai abbandonata, aver difeso l'edificio dalla irruzione di cittadini improvvisatisi partigiani a cose fatte, e aver permesso l'immediato insediamento del questore del CLN, l'avvocato Romolo Trauzzi, garantendo, di lì a poche ore, di fronte agli Alleati, che il passaggio di consegne al sindaco Dozza e al prefetto Borghese avvenisse in piena sicurezza.

Cosa successe a Bologna dopo l'8 settembre 1943

Fra l'8 settembre 1943 e il 21 aprile 1945 Bologna, occupata dai tedeschi, è insanguinata dalla ferocia di alcuni torturatori fascisti, come il federale Pietro Torri, il questore Giovanni Tebaldi, il famigerato capitano della Compagnia Autonoma Speciale di Polizia Ausiliaria Renato Tartarotti, il colonnello della GNR Angelo Serrantini, il comandante della Brigata Mobile Pappalardo Franz Pagliani, il capitano Alberto Noci, del Reparto d'assalto della Polizia e altri, che praticano la tortura nei locali della facoltà di Ingegneria, trasformata in caserma. In quella Bologna del coprifuoco e del terrore, il vicecommissario di polizia Riccardo Parisi ha la freddezza e la capacità di organizzare una struttura di intelligence nella quale lavorano in segreto, accanto a poliziotti e carabinieri antifascisti, studenti e insegnanti universitari, liberi professionisti e artigiani, impiegati del provveditorato e di enti pubblici, magistrati e industriali. Questo team è in grado di raccogliere informazioni in ogni ambiente, di falsificare documenti d'identità, lasciapassare e porto d'armi, e di mettere in piedi un importante archivio clandestino che il carabiniere in pensione Giacinto Faragalli custodisce, a rischio della vita, nella sua abitazione. In quest'archivio, fortunatamente recuperato due anni fa dalla professoressa Maria Longhena, la parte più importante è costituita da 280 lastre fotografiche 6x7, nascoste in una cassetta di marmellata di ciliegie Pecori. Una metà delle 280 lastre raffigura corpi di uomini, donne e ragazzi torturati barbaramente e selvaggiamente uccisi, fotografati sui tavoli dell'obitorio. Le altre lastre riproducono documenti dell'Ufficio Politico della Questura o della GNR sottratti dalle scrivanie, fotografati di nascosto e poi riportati al loro posto. Artefice della raccolta dei documenti e dell'organizzazione di questo archivio clandestino del CLN bolognese è il nostro vicecommissario Riccardo Parisi, che, insieme al suo amico e complice Filippo D'Ajutolo (tutti e due fanno parte di Giustizia e Libertà) sviluppa di nascosto le lastre e le mette al sicuro.

L'album con le foto delle torture e delle uccisioni fasciste

Riccardo Parisi e Filippo D'Ajutolo scelgono una parte delle terribili foto delle persone torturate e assassinate, e le assemblano, nei primissimi giorni dopo la Liberazione, in un album fotografico di cui esistono due esemplari. Uno - più elegante, con foto dello stesso formato, senza annotazioni - viene inviato dal questore Trauzzi al Presidente del Consiglio Ferruccio Parri e si trova oggi all'Istituto Parri di Milano, pervenuto con il Fondo del Corpo Volontari della Libertà. L'altro esemplare, più sciupato, ricco di annotazioni e di note, è uno strumento operativo, esibito come prova nei processi contro gli autori di crimini efferati, e si trova qui a Bologna, all'Istituto Parri, al quale è pervenuto, insieme ad altri documenti, con il Fondo Arbizzani. Questo esemplare bolognese era esibito da Riccardo Parisi nei processi istituiti contro i torturatori arrestati e consegnati alla magistratura. Parisi e D'Ajutolo, mostrando le prove (cioè le foto, effettuate all'obitorio, delle persone torturate, che recavano evidenti sul corpo i segni delle sevizie) si illudono di ottenere giustizia. Ma a Roma, in nome della continuità degli apparati, ai vertici della Polizia sono già tornati gli agenti fascisti dell'OVRA, i criminali di guerra e gli ufficiali che avrebbero dovuto essere epurati. E così il questore del CLN bolognese, l'avvocato Romolo Trauzzi, dopo appena un mese viene rimosso dalla carica dalle autorità militari alleate, che si accordano con i vertici romani della Polizia. Sono i poliziotti antifascisti ad essere accusati di collaborazionismo con i tedeschi, ad essere trasferiti in Sicilia o in Sardegna, ad essere messi nella polizia stradale o ferroviaria, ad essere perseguitati nell'Italia democratica e libera, comandata dai vecchi arnesi della RSI. Lo stesso commissario Parisi viene messo nella polizia ferroviaria, diffamato, accusato di agire senza il permesso dei superiori, trasferito otto volte in tre anni. A Bologna viene inviato da Roma il questore Iantaffi, fascista, che riabilita i poliziotti implicati nelle torture e negli omicidi, distrugge prove e perseguita i pochi poliziotti antifascisti rimasti in servizio. Questi scrivono un documento nel quale denunciano quel che accade in questura a Bologna, e lo rendono pubblico. Il nuovo prefetto e il ministro intervengono per trasferirli. Il germe di una polizia democratica non viene però stroncato, e, con fatica, un movimento per la smilitarizzazione e la democratizzazione delle forze di polizia acquisterà forza e visibilità anni dopo, negli Anni Sessanta e Settanta, a partire dalle città in cui più forte era stato nel 1944 e 45 il contributo di poliziotti democratici alla lotta contro i nazifascisti. Solo tanti anni dopo, con la legge 181 del 1981, il Parlamento si deciderà a varare la riforma della polizia. Riccardo Parisi, che possiamo considerare un antesignano di quel movimento, perché si era sempre battuto per una polizia al servizio dei cittadini, nel 1981 era già morto.

Nelle Questure tornano i funzionari compromessi con gli omicidi fascisti

Non era solo la questura di Bologna a subire il ritorno dei funzionari compromessi pesantemente con gli omicidi e le torture del periodo fascista. A Modena, per fare solo un esempio, il commissario Francesco Vecchione, che si era segnalato per aver salvato rifugiati politici e personalità ebraiche destinate alla deportazione, era stato inserito dai fascisti modenesi in una lista di venti persone da fucilare per rappresaglia in seguito alla morte di due soldati tedeschi, ma il Comando tedesco non aveva voluto fucilare un funzionario dello Stato. Nel 1945 il CLN modenese voleva nominare Vecchione questore per conto del CLN, e il commissario subordinò l'accettazione al benestare del Ministero dell'Interno. Non solo Roma non concesse il benestare, ma iniziò a perseguitare in ogni modo il commissario Vecchione, che, amareggiato, nel 1949 si dimise dalla Polizia.

In quel clima, prima scelbiano, di utilizzazione della Celere anche nelle pacifiche manifestazioni sindacali, e poi pesantemente stragista, con l'apporto determinante di alti dirigenti della polizia e dei carabinieri nella sanguinosa strategia della tensione, che ha inizio proprio qui, nel 1961 e 62, sulla linea del Brennero e nelle stazioni ferroviarie, oltre che in Alto Adige - l'archivio clandestino diventa inutile. Le prove per incriminare i torturatori e gli assassini non servono a niente, se quelle prove non bastano a condannare i delinquenti. D'Ajutolo e Parisi salvano l'archivio mettendolo al sicuro in casa del dottor D'Ajutolo, che periodicamente, fino a tarda età, insieme al suo amico Giuseppe Brini, dell'ANPI di Bologna, lo consulta, per poi rimetterlo a posto in un armadio. Poi di quell'importante archivio si perdono le tracce. Due anni fa una nipote di Filippo D'Ajutolo, la professoressa Maria Longhena, ha avuto la ventura di ritrovarlo, in una casa sul Garda nella quale lo zio passava gran parte dell'anno. Presto quell'archivio, messo in piedi dal nostro commissario Parisi e dal dottor D'Ajutolo troverà una sua collocazione presso l'Istituto Parri, in via Sant'Isaia. Quelle foto e quei documenti sono ancora oggi in grado di suscitare domande e di permettere di conseguire ancora oggi ulteriori elementi di conoscenza, addirittura di attribuire, oggi, l'identità ad un caduto di cui fino a ieri non si conosceva il nome. Due identificazioni, ad esempio, sono avvenute di recente: quella di Michele Bruno, nato a Trapani e studente a Bologna nel 1943, e quella di Samuel Schneider, pilota sudafricano, ebreo, arruolatosi nei partigiani bolognesiper combattere contro i nazisti. La città di Bologna e noi tutti abbiamo un debito di riconoscenza anche per questo nei confronti del commissario Riccardo Parisi, che ci permette, a distanza di anni, di aggiornare la memoria dei fatti e di tenere sempre accesa la luce della ragione. Ma invece il lumino che con la sua fioca luce testimonia perennemente la pietà dei vivi, sulla tomba di Parisi è spento. Nessuna pietà per Parisi. Nessuno paga più da anni la bolletta della luce.

Riccardo Parisi viene dimenticato

Di Riccardo Manlio Parisi, figlio di Giuseppe e di Carmela Domenica Di Gregorio, nato ad Alì Terme, Messina, il 24 novembre 1911, si erano perse le tracce. Come il suo archivio, finito non si sapeva bene dove, anche la sua vita era stata dimenticata, e non si conosceva nemmeno il luogo della sua sepoltura. L'anagrafe di Alì Terme e quello di Alì Marina non si degnavano di fornire risposte alle richieste dei ricercatori. E qui dobbiamo dare atto alla dottoressa Lucia Vichi di aver fatto in poco più di un anno più strada di quanta ne avevamo fatta noi in anni di pazienti ma infruttuose ricerche. Scrivendo direttamente al Sindaco di Alì Marina, in breve ha ottenuto dall'anagrafe di quel Comune alcuni dati che le hanno permesso di compiere ulteriori indagini, e di trovare poi anche nell'archivio storico dell'università di Bologna documenti e foto di Riccardo Parisi. Si viene così a sapere che il nostro commissario Riccardo Parisi si sposa, ormai quarantanovenne, con la professoressa Maria Valente, nata a Giarre, Catania, e che la coppia si trasferisce a Piacenza. Di pista in pista, la dottoressa Lucia Vichi scopre che Parisi va in pensione in anticipo, a causa di un'infermità dovuta a cause di servizio. Con la moglie torna allora a Bologna, e per qualche anno insegna diritto nelle scuole medie superiori. Muore, dieci giorni prima di compiere 69 anni, il 14 novembre 1979, e la vedova lo seppellisce qui, in Certosa, dettando l'iscrizione, avara nella sua concisione:

N.H. PROF. DOTT.
RICCARDO PARISI
N. 24/11/1911 M.14/11/1979.

Avara, riservata, quasi reticente, ma piena di orgoglio: nobil uomo, professore, dottore. Non una parola sul suo passato di funzionario di polizia.
La vedova di Parisi abita ancora a Bologna fino al 2001, poi decide di tornare a Giarre, il suo paese d'origine, dove muore nel 2005. Dal 2006 nessuno paga più il lumino, e la lapide di Riccardo Parisi, nel campo 1971 piano terra corsia interna ovest, loculo di fianco n. 38, è senza luce. Se noi oggi siamo qui, nell'anniversario della nascita del commissario Riccardo Parisi, è perché vogliamo riaccendere quel lumino.

La commemorazione

La commemorazione del vicecommissario Riccardo Parisi, tenuta nella Certosa di Bologna presso il Sacrario dei Caduti della Resistenza il 24 novembre 2016 alle ore 13,30, è stata organizzata dal direttore dell'Istituto Parri, dottor Luca Alessandrini, ed ha visto la presenza del Sindaco, Virginio Merola, della giornalista Giusi Marcante, dello Staff Comunicazione del Sindaco, del vicepresidente del consiglio comunale, Marco Piazza, delegato dalla presidente, Luisa Guidone, a rappresentarla, di Renato Sasdelli, William Pedrini e Dino Fini,con il medagliere dell'ANPI, per l'ANPI provinciale di Bologna, del coordinatore dei circoli ANPI Terre d'Acqua, Adolfo Roffi, di Mario Malossi, della sezione ANPI di San Giovanni in Persiceto, di Valerio Frabetti, per l'ANPI Saragozza, dellaricercatrice Lucia Vichi, dell'Università di Bologna, di un signore che aveva letto il trafiletto sul Resto del Carlino e del relatore, Carlo D'Adamo.
Il direttore del Parri dà lettura di una lettera di adesione alla Commemorazione di Riccardo Parisi che la presidente dell'Assemblea legislativa regionale, Simonetta Saliera, all'estero per improvvisi impegni istituzionali, gli ha inviato, pregandolo di renderla nota agli intervenuti. Poi porta i saluti della presidente dell'ANPI provinciale di Bologna, Anna Cocchi, impegnata altrove; poi dà la parola al relatore, Carlo D'Adamo, che tiene il discorso commemorativo. Al termine, due brevi interventi del vicepresidente del consiglio comunale e del Sindaco chiudono la prima parte della cerimonia; poi si forma un corteo che arriva alla tomba 38, piano terra, del corridoio ovest del campo 1971, dove tutti possono verificare che il lumino è spento. L'impegno, nell'anniversario della nascita di Riccardo Parisi, è quello di riaccendere quel lume.