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Cultura

"Era come a mietere", la guerra attraverso le lettere dei persicetani al fronte

Il 6 novembre alle 16, nella sala del consiglio comunale a Persiceto, presentazione della ricerca "Era come a mietere. Testimonianze orali e scritte di soldati sulla Grande Guerra"

CARLO D'ADAMO
venerdì 4 novembre 2016 15:01

Domenica 6 novembre alle 16, nella sala del consiglio comunale a San Giovanni in Persiceto, presentazione della riedizione della ricerca "Era come a mietere. Testimonianze orali e scritte di soldati sulla Grande Guerra" (Maglio editore). Interverranno Gian Pietro Basello, Maria Resca, Mario Gandini, Fabrizio Pini, Carlo D'Adamo. Saranno presenti il sindaco, Lorenzo Pellegatti, e l'assessore alla Cultura, Maura Pagnoni.

"Era come a mietere", dice un reduce della prima guerra mondiale, Emilio Bovina, ricordando una delle tante inutili stragi alle quali aveva assistito. Le sue parole sono utilizzate come titolo nella bella ricerca che Paola Morisi e Maria Resca dettero alle stampe nel 1982, a conclusione di una lunga indagine condotta con competenza e passione.
Erano anni, quelli, in cui il recupero della memoria era spesso affidato alle fonti orali. Ricercatori armati di registratori andavano nelle campagne e nei borghi per fissare su nastro canti popolari, racconti fiabeschi, storie personali. Maria Resca e Paola Morisi, sulla base di un progetto concordato con la redazione della rivista "Strada Maestra", raccolsero con pazienza ricordi di reduci e lettere o cartoline di soldati; il risultato fu la rappresentazione di un'epopea della povera gente, mandata al macello, a combattere per gli interessi dei grandi sponsor della guerra, gli Agnelli, i Pirelli, i banchieri, gli assicuratori, gli armatori, che attraverso i loro giornali, dopo aver sponsorizzato l'interventismo, alimentavano la retorica dell'eroismo e la poetica dell'amor di patria.

La tragedia della guerra attraverso le lettere dei persicetani al fronte

Scaraventati in mezzo al fuoco delle mitraglie e nel fango delle trincee, i poveri fanti avevano spesso la posta come unico legame con la famiglia e la vita civile. La loro corrispondenza, anche se sottoposta a censura, fa emergere una cronaca terribile della guerra, vista dal basso, da parte di povera gente non sempre consapevole, che a volte assume, nella descrizione della sua esperienza, il punto di vista dei generali che la mandano allo sbaraglio. Ma quasi sempre è invece il punto di vista dei ceti subalterni che si impone, esplicitamente o fra le righe. I poveri fanti, estromessi dall'alfabeto, esclusi dalle ricerche della storia ufficiale, diventano qui i protagonisti di una storia più vera, narrata con la grammatica incerta della lingua parlata. Focalizzare la ricerca sul territorio persicetano giova all'inchiesta, perché rende più omogeneo il corpus di documenti e più evidente il contrasto fra il microcosmo contadino, fatto di sudore e di fatica, e la grande storia, giocata nei salotti romani e nelle redazioni dei giornali.
Non è un caso che sia Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, che Alberto Bergamini, direttore del Giornale d'Italia, vengano nominati senatori dal re, come ricompensa dei loro meriti nella diffusione delle idee nazionaliste e dell'interventismo nelle spedizioni coloniali e nella prima guerra mondiale. Anche oggi scelte importanti come quelle dell'acquisto di aerei da guerra vengono decise dai poteri forti, dai padroni dei giornali e delle televisioni, che spesso sono gli eredi di quelli che già cento anni fa produssero danni ingentissimi.
Per questo è meritoria la nuova edizione del testo. Poter leggere o rileggere "Era come a mietere", ora che, finito il centenario dell'ingresso in guerra dell'Italia, si sono spenti i riflettori sulle stragi, potrebbe stimolare un'utile riflessione collettiva.