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Cultura

Un salesiano colto e buongustaio

Insigne letterato e naturalista, don Antonio Tonelli studiò la Sacra Sindone e visse in Mato Grosso, nel Chubut, nella Patagonia e nella Terra del Fuoco per studi di etnografia.

LUIGI PASELLI
martedì 4 ottobre 2016 11:45

Il libro di don Antonio Tonelli sulla Sacra Sindone
Il libro di don Antonio Tonelli sulla Sacra Sindone

In una libreria di seconda mano mi sono imbattuto in un opuscolo sulla Sindone di Torino che ha attirato la mia attenzione per il nome dell'autore: Antonio Tonelli, sacerdote salesiano. Il ricordo di questo personaggio emergeva quando a Natale mi recavo a fare gli auguri a Velia, che ci ha lasciati centenaria qualche anno fa.
La mia famiglia, la sua e alcune altre vivevamo a Casalecchio di Reno negli annessi della villa del marchese Beccadelli, requisiti per gli sfollati dei bombardamenti, e appena finita la guerra Velia lavorava da una decina d'anni come domestica della vecchia marchesa vedova; la figlia più piccola - mia coetanea - era la sorella che non ho mai avuto, e quando il fluire della vita sparpagliò la piccola comunità che aveva vissuto intorno alla casa padronale non ci perdemmo di vista.
Era scontato che durante i nostri rituali incontri ricordassimo i conoscenti comuni e ogni volta Velia mi parlava anche dello "zio prete", morto cinque anni prima che la mia amichetta e io venissimo alla luce. Raccontava che era il fratello della marchesa e che quando veniva a farle visita la signora moltiplicava le sue attenzioni in cucina per soddisfare il palato del salesiano: "andava matto per le lasagne con i funghi", diceva Velia compiaciuta e non mancava di ricordare che lui e la sorella disquisivano sui precetti generali della Chiesa e sul digiuno, ma Antonio la tranquillizzava spiegandole che il codice di diritto canonico può prevedere per i fedeli la dispensa dall'impegno penitenziale; "era un uomo di grande bontà", concludeva.

La fortuita scoperta della pubblicazione mi ha invogliato a saperne di più sul conto dell'autore, venendo a conoscenza che Antonio Tonelli era nato a Marzabotto nel 1877; il padre, fattore dei poderi del marchese Beccadelli, lo lasciò orfano in tenera età con due sorelle piccole, una delle quali sposò successivamente il marchese, e fu mandato nel collegio salesiano di Faenza, dove maturò la sua vocazione religiosa. Nel 1893 fece la professione perpetua e nei due anni seguenti compì il corso filosofico a Valsalice (Torino); studente di teologia a Ivrea, nel 1898 - conseguita la licenza liceale - tornò a Valsalice, si iscrisse alla facoltà universitaria di scienze naturali, continuò lo studio della teologia e incominciò l'insegnamento delle scienze naturali e della matematica nel liceo, laureandosi nel 1902.
Terminati gli studi teologici e senza mai interrompere l'insegnamento nel 1905 celebrava la sua prima messa. Dal 1909 al 1911 fu inviato nel Mato Grosso, nel Chubut, nella Patagonia e nella Terra del Fuoco per studi di etnografia e di storia naturale, riportandone materiale prezioso per le esposizioni missionarie e notizie importantissime sulle origini, i costumi e le lingue delle tribù di quelle regioni; ne scrisse memorie e ne fece argomento di conferenze in congressi geografici nazionali.
Durante la prima guerra mondiale fu prima soldato, addetto al gabinetto di radiologia dell'Ospedale militare di Torino, poi ufficiale di Commissariato, ma tutte le ore libere dal servizio le passava a Valsalice, continuando la sua vita di sacerdote salesiano e di insegnante. Ottenuto il congedo riprese i suoi studi naturalistici collaborando a riviste di agricoltura e con don Natale Noguier de Malijay - già suo insegnante di liceo - si dedicò allo studio della Sindone, spiegando le origini delle impronte con argomentazioni basate su esperienze fisico-chimiche. Nel 1931 ebbe l'onore di essere chiamato dal cardinale di Torino a far parte del Comitato eletto per eseguire la seconda fotografia della Sindone e sul tema pubblicò nella "Rivista dei Giovani" una serie di articoli, poi confluiti nell'opuscolo che ho rinvenuto.
Alla fine del 1936, epoca in cui gli antibiotici erano di là da venire, venne colpito da erisipela che degenerò in setticemia e gli causò un vizio cardiaco sempre più grave; la mattina del 3 febbraio 1938 cessò di vivere.

Il suo biografo don Eugenio Valentini scrive che fu "una di quelle anime rare che si chiudono nella corazza della modestia per difendersi contro il pericolo di venire lodate", e lo dimostrò con i fatti: nel 1911 pubblicò un volume di etnografia attribuendone la paternità al confratello Antonio Cojazzi e nel 1925 il linguista bolognese Alfredo Trombetti diede alle stampe un libro sulla parlata dei Bororos del Mato Grosso, con materiale fornitogli da don Tonelli, senza citarlo. Ignoriamo, invece, se il quotidiano cattolico bolognese "L'Avvenire d'Italia", che uscì il 16 giugno 1939 con un lungo articolo sulla Mostra missionaria svoltasi nell'Istituto salesiano di Bologna, esponendo gran parte del materiale che egli aveva raccolto nelle sue spedizioni, evitò di fare il suo nome per non creargli imbarazzo o per dimenticanza.
Di certo, tutto questo materiale - inclusa una ricchissima raccolta micologica proveniente dal Bolognese - ha arricchito il Museo di Valsalice, mentre la parte etnografica è oggi esposta al Museo missionario salesiano di Colle don Bosco, presso Castelnuovo (Asti), confermando il detto che nessuno è profeta in patria.