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Cultura

Caselli: "In Emilia la mafia è silente. Create tavoli di lavoro per sconfiggerla"

"In Italia ogni anno 330 miliardi di euro vengono portati via da corruzione e mafia. A tutti i livelli si deve capire che avere più legalità conviene".

ROBERTA SANGIORGI
giovedì 7 luglio 2016 15:00

Gian Carlo Caselli
Gian Carlo Caselli

"La criminalità organizzata nella mafia e nelle istituzioni". E' questo l'argomento importantissimo che ha avuto un relatore di chiara fama, cittadino onorario di San Giovanni in Persiceto: Gian Carlo Caselli, ex magistrato, e simbolo della lotta dello Stato prima contro le Brigate Rosse e poi contro la mafia.
Mercoledì 6 luglio 2016 Gian Carlo Caselli è stato ospite alla Festa dell'Unità di Persiceto per ricordare che solo con la legalità si possono contrastare le infiltrazioni mafiose, ma "prima di tutto, come disse Berlinguer, occorre pulizia morale". Con questa frase, pronunciata alla fine del suo intervento, l'ex magistrato ha voluto lanciare il suo monito trasversale a tutti i partiti e le istituzioni perché non si abbassi la guardia alla lotta di contrasto alla mafia.
Non è un caso che nel suo ultimo libro "Nient'altro che la verità" (Piemme editore) Caselli parli di una "zona grigia, una mafia in doppio petto, che ha permeato di illegalità il nostro sistema sociale e che certa politica continua a dichiarare intoccabile".
"E' la mafia silente - spiega l'ex magistrato - cioè quella mafia che qui in Emilia e al nord non si è imposta con la pistola, ma ha cercato di passare inosservata. Si parla di mafia silente quando c'è un sodalizio criminale che si avvale di intimidazione sul non detto, sull'accennato, facendo intendere l'appartenenza ad una grande famiglia criminale".

Ma perché la mafia si è diffusa in Emilia e nel nord Italia?

"La parola chiave - dice Caselli - è riciclaggio, soldi sporchi che i mafiosi devono ripulire. Qui le mafie hanno investito ed hanno ripulito i loro soldi mischiandoli con quelli puliti. E se la pioggia bagna, poche volte sono stati aperti gli ombrelli per non bagnarsi".
Il riferimento è al processo Aemilia, al caso del Comune di Brescello sciolto per mafia, in cui il sindaco, intervistato dai ragazzi di Cortocircuito, parlò davanti alle telecamere in maniera elogiativa di Nicolino Grande Aracri, noto esponente della n'drangheta.

Quindi in Emilia non c'erano gli anticorpi per capire che la mafia si stava infiltrando in gangli vitali dell'economia?

"In Italia ogni anno 330 miliardi di euro vengono portati via da corruzione e mafia. A tutti i livelli si deve capire che avere più legalità conviene, perché i miliardi sottratti dalle mafie potrebbero invece creare maggiore ricchezza e ridurre la crisi economica. Bisogna partire da qui: la legalità CONVIENE! Bisogna capire che la mafia farà sempre il proprio interesse e così il nostro Paese andrà sempre più in malora. Poi gli esempi contano e quelli negativi purtroppo sono molto presenti. C'è troppa illegalità diffusa. Come diceva Sciascia c'è "innalzamento della linea della palma", cioè le mafie da 50 anni a questa parte si sono diffuse in tutta Italia. Siamo stati molto disattenti".

Come si può contrastare la diffusione delle mafie?

"Democrazia significa essere cittadini attivi. Occorre formare subito dei tavoli a cui possono partecipare tutti: istituzioni, cittadini, scuole... Solo così possiamo creare un tessuto sociale in cui vengono attivati gli anticorpi e vengono create antenne in grado di captare i fenomeni mafiosi sul territorio e sradicarli. Occorre poi continuare l'opera di educazione alla legalità nelle scuole. Ricordo Paolo Borsellino che poco prima di venire ammazzato dalla mafia scrisse una lettera ad una studentessa di Padova rammaricandosi di non poter andare nella sua scuola a parlare, perché era troppo oberato di lavoro. Paolo aveva molto presente l'opera indispensabile di educazione nelle scuole".

Recensione al libro "Nient'altro che la verità". Clicca QUI

Biografia di Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli è nato ad Alessandria il 9 maggio 1939. Ha cominciato la sua carriera in magistratura a Torino, come giudice istruttore impegnato in indagini sul terrorismo, in particolare sulle Brigate rosse. Dal 1986 al 1990 è stato membro del Consiglio superiore della magistratura. Ha diretto la procura di Palermo dal 1993 al 1999, dalla cattura di Totò Riina ai grandi processi su mafia e politica. Dal 1999 al 2001 ha diretto il Dap e in seguito è stato il rappresentante italiano presso Eurojust. Dopo aver ricoperto il ruolo di procuratore generale presso la Corte d'appello di Torino, il 30 aprile 2008 viene nominato procuratore capo. Ha lasciato la magistratura nel dicembre 2013.