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lunedì 8 febbraio 2016 18:55
Esposto alla Magistratura sulla ex discarica abusiva di Cà Leona in via Eridano. Intanto a Santa Lucia si continuano a coltivare terreni con cemento amianto frantumato.
 
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Una giornata negli orti comunali di Persiceto

Gli orti comunali, delegati al circolo Arci "La stalla", vengono dati in primis ai pensionati, ma molti di loro pensano: "Dovrebbero darli ai disoccupati!".

GIACOMO TREPPO
martedì 26 aprile 2016 21:56

Orti comunali a Persiceto (foto di Giacomo Treppo)
Orti comunali a Persiceto (foto di Giacomo Treppo)

Ogni sabato mattina alle nove e un quarto ci sono solo io. Gli altri, i pensionati, arriveranno dopo. Guardano i loro orti con l'affetto che nasce dalla noia, con la calma data dalla conoscenza delle leggi della terra. Mentre nel mondo del lavoro ci viene chiesto di andare svelti e in quello dei consumi di correre senza crescere mai, negli orti comunali si imparano i tempi della natura, delle piante, delle verdure e del corpo. Sono abituato a correre e mi stanco in fretta. Tanti problemi alla schiena e due incidenti a distanza di vari lustri mettono spesso in conflitto la mia volontà con le possibilità del mio fisico.
Passa la mia fidanzata, mi porta uno snack e un mezzo litro d'acqua naturale. Io sono seduto sulla vecchia sedia pieghevole che ho rubato alle ragnatele del mio garage. Miro, fra lo stanco e il concentrato, quella che per me è una piccola, principiante, selvatica opera d'arte agricola. Il 4 febbraio mi è stato dato l'orto numero 23, il 23 di Aprile ho finalmente piantato. Quattro zucchine a quadrato, un metro per un metro l'una dall'altra, sei peperoni in fila, due file con sei pomodori datterini, due file di sei melanzane tonde. Mancano ancora la valeriana, il tarassaco, i fagioli nani e il peperoncino. Ma per oggi può bastare. Nel week end della Liberazione io festeggio la mia personalissima battaglia contro la cognizione del tempo, la vita di corsa, il consumismo inutile.
Il comune di Persiceto ha delegato al Circolo ARCI "La Stalla" (in via Carbonara) la gestione e l'assegnazione degli orti comunali. Tutti attrezzati di un impianto idrico. I volontari della Stalla assegnano gli orti. Prima ai pensionati che ne facciano richiesta. Poi, se ne avanzano, a chi è interessato a coltivare un pezzo di terra di tre metri per quindici. Quarantacinque metri quadri di coltivazione spesso intensiva, specie nei periodo estivi. A me è toccato un orto fra i palazzoni che costeggiano Via Modena. Quei palazzi fanno parte della storia di Persiceto, ora fra un immobile e un altro c'è un mezzo bosco, alberi, prato, ombra e due porte da calcio per far giocare i bambini.

Quando ho iniziato a zappare l'orto ne sapevo poco. Avevo letto qualche intervista di Mauro Corona, seguo i documentari di Scala Mercalli. Per fortuna che questi orti sono anche l'occasione di uno scambio generazionale inverso. Mentre il mondo va avanti e si basa sempre più su chi se ne intende di numeri, qua contano ancora le vecchie regole della mani e del buon senso. Il signor Gardina, un tempo capo reparto, ha preso sotto la sua ala protettrice me e un altro ragazzo, lui ingegnere. Ci ha insegnato che è meglio vangare che zappare: si fa meno fatica e si arriva più a fondo. Una sera siamo stati per tre ore a montare tubi, creare isolante con la canapa e provare un piccolo contatore dell'acqua che ho comprato. "Se tu fossi un apprendista idraulico, a fine serata ti farei pagare quello che rompi! Vedi lì? Non si usa quella chiave zigrinata, rovini il dado. Devi usare quella con il fondo piatto." Si ferma lì e non ti racconta la sua vita, come nelle favole, ma gli fa piacere fare due chiacchiere e spiegarti come fare per tenere un orto, per effettuare piccoli lavori da idraulico.
Il coordinatore invece è il sig. Chiariello. Dà qualche dritta su dove mettere e dove non mettere le erbacce che si strappano a mani. Ha una fresatrice a motore e ne fa uso nei vari orto, a richiesta o come dono. Dopo due settimane di assenza forzata causa un piccolo intervento che mi ha impedito attività fisica, sono tornato e ho trovato il mio orto, prima solo vangato, già fresato e pianeggiato. Anche lui è prodigo di insegnamenti: "Lo sai che questi orti vengono dati prima di tutto ai pensionati, vero?" "Sì, sì!" rispondo io e improvvisamente mi trovo in sintonia, perché la vera politica (da polis, risolvere i problemi della città) è roba di semplice buon senso. "Hanno iniziato a darli ai giovani, per me dovrebbero darli ai disoccupati." Ho avuto la stessa idea, tanto tempo fa, guardando un documentario su RAITRE. Nell'Europa del nord si fanno orti sui tetti dei palazzi, in America (a New York se non ricordo male) si dà nuova vita a parchi di zone degradate, dando orti alle persone, si organizzano mercatini con quei prodotti. Lo dico, lo affermo. "Se il comune facesse un po' di pubblicità, è pieno di terreni inutilizzati. Basterebbe farne degli orti e informare tutti i disoccupati. Avremmo meno gente depressa". Chiariello annuisce, sono chiacchiere in libertà. Chi non lavora si lascia andare, è una condizione inumana che riguarda troppe persone. Mi sento quasi in colpa, io che un lavoro ce l'ho.
Alle dieci circa del sabato mattina sono arrivati due o tre ortolani, due campi più in là c'è il giovane ingegnere che fa vedere a fidanzata, amici e famigliari cosa ha fatto: quanto ha vangato, dove ha piantato. Io dò l'acqua alle piante, mi chino, mi inginocchio sulla terra e ne verso su ogni piccola piantina, aspettando di vedere i colori che daranno. Il giallo dei fiori di zucca e il verde dei suoi frutti, il rosso dei pomodori e dei peperoni, il viola delle melanzane. Da precedenti "visitatori" mi sono rimaste piantine di fragole rosse e una pianta di fichi, tenuta ad arbusto, che gli alberi da frutto non si possono piantare. So che ogni sera, oppure ogni mattina prima di andare a lavorare, verrò qua. Saperlo mi dà un senso di pace, l'orto e la natura sono droghe naturali. Le auto passano sulla attigua via Modena e mi sento un po' come Marcovaldo quando scoprì i funghi vicino alla fermata dell'autobus. Un orto è un piccolo pezzo di terra, ma anche una piccola parte di paradiso, di solitudine, di fatica e sudore, dove puoi staccare la spina e far crescere verdure che finiranno nei sughi per la pasta. Con un buon vino, mangiare ciò che deriva dal tuo lavoro sarà più buono.