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Cultura

Quella statua di Augusto, regalo del Duce per il Natale del 1936

Poiché non ci sono dubbi che si tratti di un'opera pregevole avanziamo una proposta: perché non esporla a Bologna al Museo del Patrimonio Industriale?

LUIGI PASELLI
lunedì 21 dicembre 2015 19:44

La statua di Augusto
La statua di Augusto

Forse spronato dal dotto saggio L'imperatore Augusto a Bologna dell'eclettico camerata avvocato Paolo Silvani, apparso pochi mesi prima sull'effimero "Credere" - mensile bolognese dell'Istituto fascista di cultura che annoverava la nostra città fra le colonie fondate o restaurate da Augusto - all'inizio di aprile del 1935 "il Resto del Carlino" informava che il podestà Angelo Manaresi "pel tramite e coll'alto appoggio di S.E. il Prefetto, gr. uff. Natoli", pregava il duce di voler donare alla città, in occasione del prossimo bimillenario augusteo, una copia della statua del grande imperatore. "In pronta adesione al desiderio espressoGli" Mussolini disponeva che fosse donata al comune di Bologna, città della "X Legio", "una riproduzione della statua di Augusto che sorge sulla via dell'Impero a Roma", copia in bronzo del famoso marmo "L'Augusto di Prima Porta". Il prefetto dichiarava inoltre: "la statua sarà collocata nel Palazzo del Comune o nelle sue adiacenze". Il duce era in procinto di affidare al suo Sottosegretario alla Guerra e Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito lo studio del piano d'attacco all'Etiopia. Il fittizio trattato d'amicizia con Ailé Selassié risaliva al 1928 e Mussolini scalpitava per donare un impero al Savoia, che gli aveva consegnato l'Italia per salvarla dal bolscevismo: lo strapperà con generosi lanci di iprite, a partire dal 3 ottobre 1935, al Negus oscurantista, e il 9 maggio 1936 insedierà Vittorio Emanuele III sul trono del Leone. L'anonimo cronista non mancava di notare che "la statua del grande imperatore sarà veramente per noi il simbolo di quella romanità rinverdita dalle Camicie nere che tempra il popolo a nuove mete nel verbo e nella volontà del Duce".

Quando volevano portare la statua del Duce in via Marconi, allora via Roma

Alla fine di novembre del 1936 il Comune di Bologna bandì un concorso per un progetto di sistemazione della nuova via Roma, l'odierna via Marconi, e il 1° aprile 1937, un paio di settimane dopo il termine per la scadenza, nella cronaca del "Carlino" apparve un lungo articolo a firma C. C. intitolato "Echi del concorso per via Roma. LA MIGLIOR SEDE DELLA STATUA DI AUGUSTO". Dietro la sigla si celava il colonnello Camillo Caleffi che non aveva titoli specifici per intervenire sull'argomento, ma possedeva un non comune fiuto politico: il 24 settembre 1920, alla guida dell'Intelligence dello Stato Maggiore dell'Esercito da meno di un anno, aveva inviato a tutti gli uffici propaganda dei comandi dei corpi d'armata una circolare con la quale affermava che i fasci di combattimento "sono da considerarsi forze vive da contrapporre eventualmente agli elementi antinazionali e sovversivi" e che, perciò, era consigliabile mantenere contatti con essi e seguirne l'attività., opinione più che sufficiente per meritare la collaborazione a un giornale di proprietà del partito. Caleffi scriveva che il ricordo di Augusto è strettamente legato all'arteria che va dalle Due Torri alla porta S. Felice, il decumano massimo di romana memoria, perché "l'erede di Cesare fu a Bologna, con le sue legioni, e percorse quindi più volte la strada che attraversava la città"; esprimeva quindi la sua preferenza per i primi tre progetti classificati che collocavano la statua nell'attuale e caotico slargo formato oggi dall'incrocio tra via Lame e via Marconi, dove avrebbe costituito "un nuovo particolare caratteristico della nostra città, che a giusto titolo può chiamarsi 'figlia d'Augusto'".

Il 3 luglio 1937 il "Carlino" strillava: "La statua di Augusto già fusa presa in consegna dal Governatore di Roma" e riapriva il dibattito sul luogo in cui sarebbe stato sistemato il bronzo. Dopo aver ricordato che il Comune prevedeva a suo tempo di collocarla "in piazza Nettuno, nell'angolo che palazzo d'Accursio fa, all'altezza della fontana del Giambologna", nell'imminenza dell'arrivo "dovrà essere studiato e deciso il luogo definitivo". Due giorni più tardi, a dimostrazione che la statua era soprattutto uno strumento di propaganda, Bruno Biancini, giornalista, autore di commedie dialettali bolognesi e impresario dello spettacolo, interveniva con l'articolo "BOLOGNA, CITTA' PREDILETTA DI AUGUSTO. Fuori porta S. Felice: dove fu costituito il II Triumvirato - Storia dell'antico ponte romano sul Reno - Una colonia di Antonio e di Ottaviano"; riepilogo delle fonti classiche di un orecchiante della storia, ma ancora ricordato per i suoi premiati corsivi antiebraici sul "Carlino" e per il suo capolavoro Dizionario mussoliniano, "1500 affermazioni e definizioni del Duce su 1000 argomenti, lavoro condotto sui dodici volumi degli scritti e discorsi di Mussolini", che comunque non citava la statua. Intanto, con l'aumento della temperatura estiva cresceva anche l'interesse dei lettori del quotidiano; l'8 luglio, con il titolo "Dove si dovrà collocare la statua dell'Imperatore Augusto?" il direttore pubblicava una lettera del rag. Agostino Grisafi - che abbiamo identificato come funzionario del Regio Provveditorato agli Studi della Provincia di Bologna - in cui riteneva ideale, con dettagliate motivazioni, la collocazione della statua "dinanzi al Palazzo del Gas" perché avrebbe goduto "di una sistemazione in corso e di una austera ampiezza che, facendo capo alla grande Via Roma, potrebbe essere chiamata 'Piazza dell'Impero' e servirebbe ad allacciare visibilmente due periodi storici di somma importanza: l'Impero di Augusto e l'Impero della nuova Italia, di questa rinnovata Italia del secolo XX".

. e chi la voleva nel cortile di palazzo d'Accursio

Nel suo lungo intervento del 18 luglio, il famoso architetto e designer Melchiorre Bega includeva la sistemazione della statua fra i "Quattro problemi cittadini che devono essere risolti", poiché "nel nuovo immenso impulso che tutta la vita nazionale ha assunto dopo la conquista dell'Impero, lo sviluppo delle città si è fatto più ampio e più intenso, e spesso vertiginoso", ma tenuto conto che ancora non si sapeva se sarebbe sorta una nuova piazza dedicata ad Augusto, collocare il bronzo "nella rientranza di Palazzo d'Accursio, di fianco al Nettuno" avrebbe rappresentato "un errore architettonico se non storico"; meglio sarebbe stato "collocarla provvisoriamente più a nord, nell'area di fronte al bollettino della Vittoria" con una soluzione "che eviterebbe il contrasto plastico, stilistico e storico fra le due statue". Per alcuni mesi l'argomento non fece più notizia, finché il 2 dicembre un trafiletto con titolo a due colonne, "La statua d'Augusto dono del Duce sarà eretta nel cortile di Piazza d'Accursio", informava che per disposizione dell'autorità podestarile si era predisposto un apposito recinto, al centro del cortile, nel quale "alcuni operai incaricati provvederanno, in questi giorni, ad elevare la base della statua, rafforzata in cemento armato, che avrà le dimensioni di metri 1,20 per metri 1,24 in pianta, e che sarà alta un metro e mezzo". Tre giorni dopo il giornale comunicava che il 10 dicembre il bronzo sarebbe giunto in città e preso in consegna "dai competenti uffici della Podesteria", poi concludeva che esso "troneggerà nel mezzo del cortile dove rimarrà sino a quando non sarà stato scelto il luogo definitivo del suo collocamento". Nei giorni che precedettero il Natale il "Carlino" informò il 22 che "la bronzea e fatale effigie era giunta con un grosso autocarro" e che i lavori di movimentazione erano stati svolti da "una squadra di pompieri, guidata per la parte tecnica dall'ing. Basile, del Comune di Bologna"; il 23 pubblicò il telegramma di ringraziamento del podestà Colliva a Mussolini, "continuatore magnifico della grande opera augustea". La vigilia di Natale, infine, Camillo Caleffi con "Il genio militare di Augusto" chiudeva la giaculatoria: "Gli italiani del tempo fascista adempiono il voto di colui che dette al mondo il primo esempio immortale di un impero civile, ricordando ed esaltando anche le sue virtù di soldato e condottiero". Il drappo con il quale la statua era stata avvolta venne tolto il 25 aprile 1938 alla presenza del Principe di Piemonte e il monumento apparve "in tutta la sua romana bellezza". Il "Carlino" scrisse che la cerimonia era stata "breve ma imponente" e che il podestà aveva detto a Umberto che la sua augusta presenza conferiva allo scoprimento della statua "quella solennità che è giusto attributo di un munifico dono del Duce, della Maestà dell'Imperatore e del simbolo dei destini imperiali d'Italia".

Poi l'Italia entrò in guerra; gli inglesi ci scipparono l'impero e rimisero sul trono il deprecato Negus; l'Augusto di bronzo continuava indifferente ad accogliere i visitatori di Palazzo d'Accursio. Nel 1944 la repubblica di Salò, con patetico anacronismo, pubblicò un variopinto manifesto di propaganda nel quale l'Augusto di Prima Porta sovrasta la caricatura di sue soldati alleati: un nero e un inglese e in alto la consegna NON PREVARRANNO. Per la durata di sette anni la "romana bellezza" decorò il comune; una foto dell'aprile 1945 la ritrae alle spalle dei generali Alexander e Hume che escono sulla piazza dopo aver conferito con le nuove autorità. Sono i giorni in cui si abbattono i simboli fascisti; ne fa le spese anche la scritta incisa sul piedistallo: "Cesare Ottaviano / Augusto / la tradizione romana / della città della X Legio / rivive / nel dono di / Benito Mussolini / Duce del Fascismo / fondatore del rinato / Impero romano" e viene deciso di rimuovere la statua, collocandola nel cortile del magazzino dell'economato del Comune, in piazza Rossini.

. e ora è in una stanza del Museo Civico, nascosta al pubblico

Della statua non si parlò più fino al 1991, quando parve che dovesse finire a Borgo Panigale, ma fu solo traslocata in un deposito del Museo Civico Archeologico, dove si trova attualmente non esposta al pubblico. Un nuovo tentativo di sistemazione abortì nel 1994, poi durante il mandato del sindaco Guazzaloca si parlò di collocarla sotto il porticato del Palazzo del Governo, in piazza Galileo. Poiché non ci sono dubbi che si tratti di un'opera pregevole avanziamo una proposta: perché non esporla al Museo del Patrimonio Industriale? Il luogo è vicino all'isoletta del Reno dove si riunirono i triunviri, inoltre la tecnica di fusione e le successive lavorazioni sono perfettamente in carattere con gli scopi che l'Istituzione si propone.